Simona Castiglione scrittrice

Simona Castiglione nata a Catania, vive a Padova. Insegna lettere e scrittura creativa. Nel 2010 ha esordito con la raccolta di racconti La mente e le rose (Transeuropa); da allora ha pubblicato diversi racconti per antologie (Madre-Morte, Transeuropa; L’occasione, Galaad Edizioni; Serenate al chiaro di luna, edizioni Mazza; Storie di martiri, ruffiani e giocatori, CaratteriMobili). Per la rivista «Nuova Prosa» ha curato la raccolta Racconti erotici al femminile con ospite maschile. Ha pubblicato articoli e racconti per riviste, giornali e blog letterari (La Stampa», «Il Gazzettino», «Sicilia & Donna», «Primo Amore», «Doppio Zero», «Vicolo Cannery», «Scuola Twain», «Grafemi»). Ha pubblicato il romanzo cooperativo Lavoricidi Italiani (Miraggi edizioni) e ha curato l’antologia La morte nuda, per i tipi di Galaad, dove è presente con il racconto Come fu che divenni una strega. Ha pubblicato il racconto Nicchia nell’antologia Père Lachaise: racconti dalle tombe di Parigi (Ratio et Revelatio Publishing House, 2014) e il racconto Il principe nell’antologia Siria – scatti con parole (Miraggi edizioni, 2014). A maggio del 2014 ha pubblicato il romanzo Sottobosco per Ratio et Revelatio. Il romanzo è uscito, a giugno del 2015, in traduzione romena, con il titolo Arrivederci, Guguţa. In novembre ha vinto il contest di scrittura teatrale Scriba con la pièce Delitto d’onore 2.0. A giugno ha conseguito la specializzazione in scrittura cinematografica e teatrale presso la scuola di Carlo Lucarelli, Bottega Finzioni. A fine ottobre è uscita la raccolta di racconti L’amore ai tempi dell’Apocalisse, dove è presente con il racconto Miss Four Sex (ed. Galaad).

Simona Castiglione scrittrice

La bambina che scrive – Telemaco Signorini

Perché faccio la scrittrice?

Da piccola scrissi una poesia bruttissima. S’intitolava, credo, “La pioggia di lato” ed era un elenco in versi sciolti di tutto ciò che il mio sguardo aveva notato, durante una passeggiata coi nonni nel bosco, mentre veniva giù una pioggerellina di marzo, non fredda ma fitta, e un po’ inclinata a causa del vento. Erano gli occhi di una bambina, quindi era forse inevitabile che non notassero gli alberi svettanti, il cielo immenso perso fra le chiome, che si concentrassero invece sugli sterpi che faticavo a spostare per non graffiarmi le gambe e le braccia, sulla formica impazzita che trascinava velocemente una briciola a casa, sull’uvaspina che si gonfiava d’acqua piovana. Le cose piccole, i dettagli, ciò che nessuno nota perché forse non è interessante, a me interessava tanto da conservarli in quell’orrenda “poesia giovanile”. Con l’adolescenza smisi di scrivere poesie perché mi sembrava che quest’attività mi rendesse poco attraente; era giunta la stagione degli amori.
Rimasi però un’inguaribile secchiona: studiando la letteratura avevo gusti molto precisi. Per esempio, preferivo Pascoli a D’Annunzio, pur riconoscendo la grandezza del poeta di Pescara. Le Myricae erano per me una fonte irrinunciabile di attrazione. Anche D’Annunzio ne La pioggia nel pineto scrive “piove sulle tamerici salmastre ed arse”, ma mi sembrava, non so dire il perché, che di quelle piante non gliene importasse poi molto. E ancora, quando affrontammo le avanguardie del Novecento, preferivo ai futuristi, giganti urlanti, i malinconici crepuscolari, tanto ossessivi nel collezionare “buone cose di pessimo gusto”.
Quando studiavo storia, amavo leggere resoconti sulle vite delle persone comuni, piuttosto che le biografie di principi e re. A sedici anni passai un’intera settimana chiusa nell’archivio dell’ufficio anagrafe di Brescia, a spulciare atti notarili, vergati con grafie illeggibili, che riguardavano faccende di gente piccola e dimenticata. Rimango convinta che fu in quei giorni di occhi lacrimanti che iniziai a essere miope.
Stavo facendo i miei primi esperimenti di “scrittura creativa”: scrissi un romanzo, pietosamente tardo-romantico, su una fanciulla rinchiusa dai familiari, per motivi che ora non ricordo, in un istituto psichiatrico. Per fortuna, di quel manoscritto non esiste più alcuna traccia.
Contratto violentemente il virus della scrittura, che come si sa non ha cura, andai avanti tentando di conviverci, sempre con la fissazione di occuparmi di storie invisibili e con l’ambizione – a volte la velleità – di renderle interessanti per un pubblico che da ideale, piano piano, si faceva reale.
Mentre il piano esistenziale e quello creativo si confondevano ineluttabilmente, uscivano dall’ombra personaggi in cerca d’autore, mi svegliavano di notte, mi tormentavano di giorno, m’infastidivano, mi strattonavano, perché non tolleravano che le loro storie rimanessero nel silenzio. Qualcuno doveva pur raccontarle, e quel qualcuno ero io.
Così mi sobbarcai vicende di uomini e donne con la psiche sgangherata, di persone con strane malattie di cui nessuno sapeva interpretare i segni, di gente emarginata con esistenze al limite della vivibilità.
Da questo entroterra culturale e personale, sono nate le mie opere principali (La mente e le rose, La morte nuda, Sottobosco), ma anche una miriade di racconti e articoli. E il torrente continua a fluire, scavando sempre più il suo letto, determinando in maniera inesorabile la sua direzione: i lavori in fieri, le opere finite che stanno facendo il giro degli editori hanno tutti una caratteristica in comune, che, da invitta secchiona, sintetizzerei con due parole latine: invisibilia mirabilia.

Simona Castiglione