1. Io lo sapevo. Qui i sogni diventano realtà. L’Ulisse della scogliera mi ha parlato: a me, proprio a me – anche perché ero l’unica ragazza presente allo spettacolo dei tuffi. Marilena è rimasta al campeggio, dice che lei preferisce gli stranieri biondi. Secondo me non ci capisce niente di maschi. Vuoi mettere i mori abbronzati e muscolati, magari con gli occhi verdi come Ulisse? Stamattina erano in cinque, ridevano, parlottavano e ogni tanto mi guardavano. Il mio Ulisse ha preso a fissarmi – o forse si è accorto che ero io a fissarlo -, si è separato dai compari e si è diretto verso di me e quando ha aperto bocca è iniziato il mio canto delle Sirene. Il loro accento mi attrae irresistibilmente: «ci stai spiando?» mi ha detto. E io che pensavo che mi ignorassero. Ho provato a rispondere imitando la sua cantilena «sì, perché, c’è qualcosa di male?». «Non sei di qui. Da dove vieni?» evidentemente non ci sono riuscita. «Da Milano, ma mia madre è siciliana e ha vissuto molti anni in Puglia». Ulisse ha fatto una risata mostrando i denti bianchissimi: «qui non è Puglia, qui è Salento, lu sole lu mare lu viento».

«Ma che sei della Pro loco» ho ironizzato io, ma lui non ha colto o ha finto di non capire.

«Come ti chiami? C’hai delle amiche?»

«Erika e ce n’ho una. Tu come ti chiami?»

«Pino. Ma la tua amica è come te?» volevo chiedergli “cioè? Bella, brutta, intrigante, noiosa, che vuoi dire?» ma non era il momento di sciorinare le mie insicurezze: «se vuoi, te la presento».

Pino si è distratto un attimo guardando verso i suoi amici che ancora se la ridevano, poi ha ripreso a fissarmi con quegli occhi di fuoco liquido: «stanotte vi portiamo a Otranto. C’è la notte della taranta e i fuochi d’artificio». Non era una domanda quindi non c’era da rispondere. Ho detto solo: «a che ora?». «Voi vi mettete ad aspettare fuori dal campeggio, stasera, e noi vi passiamo a prendere con le macchine». Non era esattamente quello che volevo sapere, ma sapevo di dover essere elastica in quanto a precisione. Ho aggiunto solo «ok, a stasera» e ho fatto una corsa verso la piscina per annunciare a Marilena la lieta novella.

 

Felice, felice, felice. Marilena l’ha presa bene. Mi fa «meno male che ce andiamo. Mi sono rotta di quel circonciso del cazzo che mi segue dappertutto ed è sempre ubriaco perso» e aggiunge «poi con la scusa che lui è pratico e sa usare bene il preservativo, me lo vuole infilare dentro tutti i momenti». «Fai bene a usare il preservativo, con quelli non si sa mai» so che la migliore amica di mamma ha preso l’HIV, non è morta ma fa una vita di merda che non augurerei al mio peggior nemico, figuriamoci a Marilena. «Guarda, bambina, che nessuno è mai riuscito a fregarmi su sta storia. Se non ce l’hanno loro il preservativo, lo tiro fuori io» come ho detto, anni luce. Io non sono nemmeno arrivata a pormi il problema, ancora. Ma stasera c’è Pino che è bello come un dio greco nano e chissà.

 

  1. Ieri sera ci siamo messe sulla strada fuori dal camping. Abbiamo stabilito di cominciare ad aspettare i ragazzi intorno alle nove e di concedergli una mezz’ora di tolleranza. Sono passati tre quarti d’ora. Come una stupida non mi sono fatta dare il numero di cellulare di Pino.

Marilena ha una maglietta bianca e una lunga gonna nera perché ha detto che ha cercato su Internet ed è questo il dress code per ballare la taranta. Sta una favola. Io, invece, ho un prendisole a fiori, mi sta bene ma nulla di paragonabile. Come al solito, non sono informata quanto lei. Però ho avuto paura che si stufasse di aspettare e che se ne tornasse alla tenda. Lei è una milanese doc e di solito non ammette ritardi. Le ho spiegato che qui al sud non si può pretendere la puntualità, ma lei si è innervosita e ha dato la colpa a me: «certo, se tu non fissi un orario per l’incontro ma ti accontenti di un appuntamento generico, le cose si complicano. E se questi ci danno buca?». Era nervosissima, non sapevo cosa risponderle per calmarla: per fortuna abbiamo sentito in lontananza dei clacson strombazzanti: «secondo me sono loro». Infatti, era così. Due automobili belle grosse ci hanno affiancato: dentro c’erano ragazzi e ragazze che non avevo mai visto, ma per fortuna ho incrociato lo sguardo antico di Pino: «Belle donne» ci ha urlato dal finestrino spalancato dell’auto. «A bordo, dai, che si va». Sono salita tutta contenta. Marilena ha salutato tutti senza sorridere.

 

Poi ho perso di vista Pino, cazzo! Quando siamo arrivati in piazza, c’era un folla di gente pazzesca. Lui è scomparso quasi subito, e meno male che in macchina diceva che sarebbe stato il mio cavaliere. Molti ballavano al suono di tamburi e tamburelli, specie le donne. Una delle ragazze che stava in macchina con noi si è messa subito a ballare come un’indemoniata. L’ho anche invidiata perché era molto sensuale e i ragazzi la guardavano con tanto d’occhi. Doveva aver preso qualcosa – tipo cocaina penso io – perché per due ore ha ballato senza mai fermarsi: aveva i capelli lunghi e ricci e due tette da sballo. Come le mie prima che iniziassi a dimagrire con la dieta che mi ha dato Marilena.

A mezzanotte sono iniziati i fuochi d’artificio: la folla si è assembrata ancora di più verso il centro della piazza. Marilena mi stava attaccata al braccio come una vecchina invalida con la figlia.

«Che c’è ti fanno paura i fuochi d’artificio?» le ho chiesto.

«Ho paura che qualche lapillo mi ustioni. E poi sono un po’ agorafobica» incredibile, avevo appena scoperto un punto debole di Marilena. Le ho stretto forte la mano e le ho sussurrato «tranquilla ci sono io». Per una volta le ero necessaria. I fuochi erano veramente belli e sono durati un sacco, Marilena si lagnava: «quanti soldi spesi inutilmente. Come se qui ne avessero da buttare». Le luci gialle, arancioni, verdi illuminavano a intermittenza i volti delle persone, qua e là ho riconosciuto i ragazzi della scogliera e a un certo punto, dalla parte opposta dell’assembramento, vedo Pino. Mi metto a urlare e a sbracciarmi per farmi notare. Marilena s’infastidisce: «cazzo fai?». «Ho ritrovato Pino. Seguimi che lo raggiungiamo». Anche lui mi ha notata e si è spostato per avvicinarsi. Ci abbiamo messo un bel po’, ma alla fine siamo riusciti a incontrarci. «Dov’eri finito?»

«Ce ne andiamo di qua? Troppa gente. Andiamo in un posto tranquillo» fa lui.

«Questa sì che è un’idea fantastica» dice Marilena. Anch’io sono contenta di allontanarmi adesso che Pino è con me.

Ci spostiamo nelle stradette laterali e all’improvviso non c’è più anima viva, pare una magia. Più ci spingiamo avanti più i rumori diventano ovattati fino a scomparire. Dopo tanto casino il silenzio è soffice e accogliente. Marilena mi lascia il braccio e comincia a galoppare per le vie godendosi il vento che filtra dai vicoli. Pino ci guida fino alla piazzetta che dà sul mare e da là in spiaggia. Ci togliamo le scarpe e camminiamo a piedi nudi vicino al mare. Di tanto in tanto qualche ondata calda ci bagna i piedi.

«Dove stiamo andando?» gli chiedo.

«’Spe’, fermiamoci qui» Pino si accoccola sulla sabbia e usa il cellulare come una torcia. Noi lo imitiamo. «Guardate cosa vi ha trovato lo zio Pino» tira fuori dalle tasche una bustina con la polvere bianca e un’altra con delle pasticche colorate che sembrano caramelle. Marilena esulta ma so che finge, mi ha detto che non ha mai provato né coca né acidi. Solo erba olandese, di quella modificata geneticamente quindi forte, ma pur sempre erba, niente a che vedere con le droghe vere. Anche io sorrido, speravo in un’occasione più romantica ma siamo in tre e c’è poco da fare. Pino prende uno specchietto e prepara tre piste. «Ava’ andiamo, non fatevi pregare. È tutto gratis». Marilena guarda come fa Pino per aspirare la polverina e lo imita. Ci riesce quasi bene, ne spreca pochissima. Quando tocca a me cerco di essere più precisa possibile ma mi scappa uno starnuto. Marilena impreca: «cazzo Erika, mi hai sputato addosso. Ti puoi tenere i tuoi germi per te?». Vorrei risponderle per le rime e invece mi viene da ridere, mi rotolo nella sabbia, ho gli spasmi agli addominali da quanto rido. Non ho mica bisogno di sniffare, il mondo è tutto un parco divertimenti. Pino è sollevato: «meno male che non ti va più, perché se continuavi a starnutirci sopra me la sprecavi tutta». Marilena fa: «Pino, sono diventata una lepre?». Pino scoppia a ridere anche lui, lo trovo bellissimo e ancora una volta mi rammarico di non poterci combinare niente. Non con Marilena fra i piedi, quanto meno. «È la coca. All’inizio lega i denti e ti fa prurito sul naso». Marilena si è calmata, si è seduta nella posizione del loto e fissa il mare nero «È tutto così bello. È un momento perfetto. Non ne ho avuti molti nella vita finora». «Sono d’accordo con te» faccio io. Pino non parla più, sembra mezzo addormentato. Forse ha preso qualcos’altro prima. O forse non ha proprio niente da dire. Magari l’ho un po’ sopravvalutato, non è altro che un tipo carino con la testa vuota. Preferisco la mia amica. Ci stendiamo sulla sabbia e ci abbracciamo strette, siamo felici come non mai, lei mi avverte: «non durerà, lo sai?». Annuisco e comincio a carezzarle i lunghi capelli, sono fatti di seta. I miei sono lunghi bruchi contorti al confronto. Ma sono belli lo stesso. Ci addormentiamo testa contro testa. Prima di dormire penso che non me ne importa nulla di domani e di Pino. M’importa solo di dormire accanto a lei. L’aria si è fatta leggera e il vento si è calmato.