Al lavoro le cose cominciarono da subito ad andare male o quantomeno in maniera bizzarra.

Io coordinavo tre dirigenti, uno dei quali era Alessia, responsabile della gestione economica.

Poi c’era Galeazzo che era l’architetto del comune e Gianluca Betti che faceva da avvocato.

Il lunedì successivo alla festa ci affiancarono un dirigente fresco di nomina, tale Alfredo Lo Cascio di origini calabresi, col titolo di “responsabile del controllo procedure”. Era una qualifica talmente generica da mettermi subito in allarme: non era forse mio il compito di controllare la legalità e l’adeguatezza delle procedure? E se, invece, le mansioni di Lo Cascio non si fossero sovrapposte alle mie, di quali altre procedure si trattava?

Queste e altre domande affollavano la mia mente, o eravamo di fronte a un tentativo di demansionamento che riguardava me e la mia squadra di dirigenti – quindi sarebbe di fatto iniziato un duro periodo di mobbing – o ci avevano messo alle costole una spia che rispondeva direttamente alla rossa sindaca (che di rosso aveva soltanto i capelli) che avrebbe controllato i nostri movimenti passo dopo passo. Anche in questo caso, la situazione sarebbe stata a dir poco illegale.

Ricordo che ne parlai con Alessia, ma forse in modo più confuso e meno razionale di quanto ho scritto qui, perché quando le chiesi di accompagnarmi a parlare con Viola della nuova situazione, Alessia non ne volle sapere e disse che preferiva aspettare qualche giorno, vedere come si mettevano le cose con Lo Cascio e compagnia bella, e poi semmai chiedere un convegno col boss.

Io, invece, ero piuttosto insofferente e non mi sentivo in grado di dominare i miei impulsi – anche perché ero piuttosto arrabbiato – quindi mi presentai nell’anticamera del sindaco per essere ricevuto.

La segretaria, Rita (lei almeno non era cambiata), mi disse che la signora sindaca era in riunione e che dovevo aspettare un po’. Mi sedetti buono buono in un angolo e attesi per cinquantasei lunghissimi minuti. Non era mai successo che un sindaco mi facesse aspettare tanto, nemmeno quello che adesso era stato condannato per peculato. Sarà pure stato un delinquente, ma conosceva le buone maniere e l’etichetta di un Municipio come si deve: non fai aspettare il tuo segretario comunale per più di dieci minuti, e anche così solo in rari casi, riunioni d’emergenza o visite private. Lui è il tuo specchio, la tua coscienza e come tale deve poterti stare sempre accanto.

Ma tutto questo, a quanto pareva, Viola non l’aveva ancora capito o forse non lo prendeva nemmeno in considerazione.

Finalmente Rita mi fece segno di entrare, mi guardai rapidamente nello specchio barocco che arredava l’anticamera e mi vidi giallo come non mai. Attribuii la mia pessima cera alla sinusite. Dentro di me, però, sapevo che parte di quel giallo era dovuto alla rabbia che mi era montata dentro aspettando.

Feci finta di nulla ed entrai nello studio di Viola sfoderando il mio miglior sorriso. Che mi morì sulle labbra appena vidi, in piedi dietro di lei, il fido Lo Cascio brutto e minaccioso come un cagnaccio da guardia. Viola invece rispose al mio sorriso: «Si accomodi, Francesco. La aspettavo». Mi dovetti forzare più del solito per non risponderle qualcosa del tipo “ma guarda un po’, troione, invece sei tu che hai fatto aspettare me”, ma come ho detto sono sempre stato una persona educata e, inoltre, in quel momento, non mi sembrava il caso di rendere il mio equilibrio lavorativo ancora più precario con un insulto al mio nuovo sindaco.

«Mi dica tutto» aggiunse Viola e poi si voltò a guardare Lo Cascio che ricambiò inclinando lievemente il capo. Quei due se la intendevano, non so a quanti e a quali livelli, ma la cosa sicura era che Lo Cascio era per lei una sorta di body guard e che, in sua presenza, non avrei potuto fare a Viola domande dirette su di lui e i suoi incarichi in Comune. Mi chiesi all’improvviso che cavolo stessi a fare lì e mi sentii ridicolo. Aveva fatto meglio Alessia a scegliere di aspettare prima di cercare un abboccamento.

La buttai sul generico: «Niente, son venuto a chiedere se ci sono novità di cui devo essere messo a parte».

«Ma che bravo, che zelante,» disse Viola e io pensai subito che mi stesse prendendo in giro e che dopo con Lo Cascio avrebbero riso alle mie spalle «d’altronde mi hanno tutti parlato un gran bene di lei. Stia pure tranquillo e, per il momento, si comporti come sempre. Se ci saranno nuove direttive e avrà dei dubbi ne parli pure con Lo Cascio che è sempre a sua disposizione». E Lo Cascio sorrise mostrando un canino d’oro, poi tornò subito serissimo.

Viola spostò a destra i lunghi capelli che le ricadevano sulla spalla sinistra e l’imbarazzo fu totale. Stallo alla messicana. Pensai che avrei fatto miglior figura ad andarmene, perciò mi alzai e mi congedai. Sulla soglia mi raggiunse la voce rauca di Lo Cascio: «Le faremo sapere».

Non chiesi altro ma per tutto il resto della giornata mi tormentai pensando che quella specie di gendarme privato aveva usato un’espressione tipica da colloquio mal riuscito. Cos’era, dunque? Una minaccia al mio posto di lavoro o soltanto un ribadire la sua funzione di facilitatore per le nuove procedure? Propendevo nettamente per la prima ipotesi e non mi diedi pace fino a che non mi scoppiò un mal di testa tale che non riuscii a pensare altro se non “maledetta sinusite”! Non sapevo ancora quanto ero lontano dal vero rispetto all’origine dei miei disturbi.