La domenica successiva alla festa per l’elezione del nuovo sindaco la passai tra il letto e il divano. Avevo una sensazione di freddo che mi attraversava tutto il corpo, le ossa doloranti e la nausea e tuttavia non avevo febbre. Da una settimana assumevo certi antibiotici che mi aveva procurato il dottor Scattolini per la mia sinusite cronica, dicendo: «Fidati, è roba dell’esercito, bella tosta, ti rimette al mondo ma devi finire tutte le quindici compresse, se no non serve a niente». Caro, vecchio Scattolini, ho seguito le tue istruzioni e ho finito gli antibiotici, anche se mi sembrava che mi buttassero giù di brutto. Ma io sono un uomo affidabile e quando mi si dice di fare una cosa – per il mio bene o per quello degli altri – la faccio.

 

E adesso, dottore, beccati la mia ricostruzione di quanto è avvenuto quella domenica, mentre io mi trascinavo tramortito per casa. E credetemi, se non è avvenuto proprio di domenica, sarà stato poco prima o poco dopo, e se non è avvenuto a casa di Scattolini, sarà stato in qualche altra dimora signorile, fatto sta che le cose non possono essere andate molto diversamente da così, viste le conseguenze catastrofiche che hanno sconvolto il mio mondo a partire da allora. Tra l’altro conosco bene le persone di cui scrivo – i cosiddetti “notabili” del paese, quelli che nel Medioevo avrebbero costituito il popolo grasso – e ho riportato con la massima attendibilità azioni e reazioni di ognuno di loro.

 

Il dottor Scattolini balzò in avanti per servirsi per primo dell’acqua minerale messa a disposizione per la riunione dalla signora Scattolini. Il tavolo ovale della sala grande era gremito di convitati. Più tardi avrebbero brindato a champagne – beninteso se l’accordo fosse stato raggiunto – adesso bisognava rimanere lucidi. La mossa rapida accompagnata dall’ondeggiare dei folti capelli bianchi del dottore fece girare tutti coloro che erano al tavolo verso di lui: «Se per voi va bene, direi di iniziare perché non abbiamo tempo da perdere. Come sappiamo, i tempi dell’operazione appena avviata non sono lunghi. I primi effetti dovrebbero essere registrabili nel breve periodo. So bene che questo è preoccupante, ma non vedo altra soluzione che stare a vedere quello che accade e agire solo in un secondo momento». Il notaio Bacci annuì vigorosamente mentre aspirava ossigeno dalla sua fidata bombola portatile. Ma il farmacista Andreasi, sessantadue anni ben portati, iniziò a scalpitare: «Aspettare» fece, sbuffando aria dal naso, «aspettare che? Che quelli là in alto ci mettano i piedi in testa?» e intanto indicò il soffitto affrescato della sala di palazzo Scattolini, ridondante di putti alati.

«Benedettidio, ‘sti giovani invadenti e presuntuosi» Scattolini cominciava a perdere la pazienza «Dovresti essere grato di avere l’accesso alla nostra congrega di eletti, invece di lagnarti a ogni riunione che non contiamo abbastanza.» tremò lievemente col capo «Forse non ti è sufficientemente chiaro che siamo noi il cuore dell’intreccio, l’occhio del ciclone, l’anima della tempesta. Noi e pochi, pochissimi altri, almeno nel nostro Paese».

Mentre avveniva questo scambio di opinioni, immagino che Innocenti non stesse seduto – per lui star comodo è pressoché immorale – ma in piedi accanto a un finestrone del palazzotto signorile dell’anziano dottore, sbirciando pensieroso il passeggio domenicale del corso con le lunghe gambe sempre in agitazione e l’espressione del pesce in barile. Anche tu Chiara hai preso da lui, non sai stare ferma con le gambe, forse avete entrambi la “sindrome delle gambe senza riposo”.

«E chi te la dà questa sicurezza?» proseguì Andreasi «Per quanto ne sappiamo potremmo essere alcuni dei milioni di gonzi che hanno abboccato e si danno da fare per il bene degli altri, mentre i superiori» indicò di nuovo i putti «fanno esclusivamente i loro interessi».

«E allora tu che faresti, mio caro?»

«Disseminare, dottore, allargare il raggio, agire e non stare a guardare, in modo da avere un campione più ampio…»

«Sai bene che questo non ci è concesso» Scattolini alzò la voce e una vena sulla tempia prese a pulsare in modo preoccupante.

L’assessore Bonci alzò il capo che penzolava da un po’ sul collo e disse: «Su questo però ha ragione Andreasi. Chi ci dice cosa possiamo e cosa non possiamo fare?».

Scattolini batté un pugno sul tavolo: «Le direttive, dio bonino, le avete lette tutti no?».

«E se le violassimo, che succederebbe?» fece Bonci.

«Non voglio nemmeno pensarci,» disse Scattolini agitatissimo, ma con l’aria di chi sta pensando “non ne ho la minima idea e la cosa mi disturba non poco”, mentre la vena sulla tempia continuava a pulsare e la testa a tremolare «E adesso scusatemi. Sono le 17, è l’ora della mia pillola» e poi urlò diretto verso la porta chiusa «Mariaaaa». La signora Scattolini entrò subito, gambe di struzzo sovrastate da uno giro vita di quelli che fanno pensare subito a rischi cardiocircolatori, con bicchiere, pastiglia e un piattino con pane, cacio e prosciutto. Si affannò attorno al marito poi chiese agli altri: «Oh signori, avrete fame e poi Duccio non può prendere la pastiglia a stomaco vuoto. Vi faccio porta’ la merenda anche a voialtri dalla Betta». Entra Betta che è bellina e giovanissima, porta lo champagne e stende una tovaglia bianca per non rovinare gli intarsi ottocenteschi del tavolone.

«Soltanto se i signori qui presenti accettano di seguire le direttive passo passo e non prendere iniziative di alcun tipo, almeno per il momento» Scattolini aveva ripreso il self control con la semplice azione di mandar giù la pillola. La sua voce stentorea e l’idea del prosciutto e del vino e del pane cotto a legna che li aspettava mise tutti d’accordo. Perfino Andreasi annuì con un sorriso galante alla bella Betta. Solo Innocenti, defilato, continuava a mantenere un’espressione corrucciata.

Adelmo, conoscendoti immagino che fossi preoccupato di dover pagare la tua partecipazione a quella gilda di notabili coinvolgendo la tua famiglia. Preoccupato ma deciso a passare sopra a tutto, come i carri armati nazisti nella foresta delle Ardenne.