“Ti meriteresti di essere inculata a sangue, brutta troia, e poi un bello sputo in faccia per finire”.

La sera della festa per l’elezione del nuovo sindaco, mi aggiravo irrequieto nella sala grande del Municipio di Castiglion del Colle con questa immagine che mi ossessionava. Avevo il terrore che a furia di pensarlo, quel pensiero violento e scabroso, qualcuno potesse sentirlo, forse addirittura la neoeletta Viola della Giralda. Mi era stata presentata ufficialmente all’inizio della festa, come se non la conoscessi, come se non avessi visto e rivisto migliaia di volte la sua faccia troppo truccata e contornata da una massa di capelli rosso tiziano campeggiare dai manifesti che avevano ricoperto il paese durante la campagna elettorale. Viola, giovane rampolla della peggiore alta borghesia cittadina, tutti primari e notai privi di meriti ma carichi di soldi, eletta subito dopo le dimissioni forzate del sindaco della coalizione di sinistra, che aveva mandato il comune in bancarotta in circostanze ancora poco chiare. Fatto sta che prima di Natale avevano sbattuto l’ex sindaco ai domiciliari, si erano preparate in fretta e furia nuove elezioni e la gente aveva votato a destra – per ovvio contrappasso – e così Viola troneggiava nella sala delle feste come una bagascia da quattro soldi uscita da una torta per un addio al celibato.

“Il problema non sono io,” mi dissi, mentre acchiappavo dal ricco buffet un bicchiere di franciacorta e tre rustici al carciofo “è che le donne stronze e arricchite non dovrebbero avere gambe lunghissime e culo alto. La natura dovrebbe contrassegnarle con la bruttezza, ecco cosa”. Viola, che adesso rischiava di stroncare la mia carriera di segretario comunale di lungo corso per motivi meramente faziosi. Chi non è esperto di amministrazione comunale non lo sa, quindi chiarisco qui che, quando s’insedia una nuova giunta in un comune, il sindaco ha sessanta giorni di tempo per decidere se sostituire o meno il segretario comunale. Io ero fisso a Castiglion del Colle da circa un decennio, ma la troia non avrebbe esitato a farmi fuori nemmeno un attimo, se non fosse che, per licenziare un segretario comunale le ragioni politiche non bastano. Occorre la giusta causa. Tuttavia, la mia nomina poteva essere revocata in qualsiasi momento, e non sarebbe stato meno grave.

Una mano mi sfiorò la spalla mentre ero perso in questi rovelli: «Francesco». Mi girai di scatto e i tre rustici scivolarono a terra dal piattino untuoso.

«Oddio scusami, è colpa mia, aspetta che li raccolgo». Alessia fece per chinarsi ma la bloccai: «Tranquilla, faccio io». Sapevo che la grassa ragioniera era afflitta da problemi alla schiena e io sono per natura un uomo gentile.

Ecco un’altra ingiustizia della natura: Alessia, dolce, sensibile e intelligente, ma priva di qualsiasi attrattiva.

«Come sei elegante stasera» fece lei.

«Anche tu, Ale». La bugia era d’obbligo; anche se la collega aveva fatto del suo meglio per entrare in un tubino nero aderente, il risultato che aveva ottenuto era quello di mettere in risalto la sua notevole collezione di cuscinetti di grasso.

«Allora, che ne pensi?» disse Alessia, indicando Viola con un furtivo movimento d’occhi. Io intanto avevo raccolto i rustici, ma sentivo lo stomaco chiuso così li feci scivolare con disinvoltura nel piatto di portata: «Che ne devo pensare? Tutto il male possibile».

Non mi sentivo a mio agio: sudavo nel vestito nuovo, un fresco lana grigio scuro, con la camicia bianca e la cravatta azzurra – anzi verde Tiffany, aveva specificato Chiara. Me lo aveva comprato lei una settimana prima dell’insediamento ufficiale di Viola. Per se stessa non aveva preso nulla di nuovo e sapevo che non era un caso. Qualche ora prima della festa, cominciò ad accusare mal di pancia, mal di testa, raffreddore. No, non poteva accompagnarmi in nessun caso: «Insomma, dì che ho la febbre a 39, che tanto è quasi la verità. Mi sento uno straccio». Si stese sul divano con un libro e una tisana e mi invitò a prepararmi e ad andarmene «che sennò fai tardi».

Mia moglie è fatta così: la conosco da vent’anni e le sono stato sempre di sostegno nei passaggi fondamentali della sua vita. Lei, invece, il supporto, la complicità, l’aiuto vicendevole non sa neanche cosa siano, fa quello che le pare e punto. E quella sera mi chiedeva anche di mentire per lei. Come se non sapesse cosa c’era in ballo con l’elezione, il rinnovo della giunta e tutto il resto.

Alessia rigirò il coltello nella piaga: «Chiara?».

«Influenza».

«Ah, dicono che gira una brutta gastrointestinale. Ma vomita? Ha la diarrea? La nausea?». Non sapevo che rispondere a quel fuoco di fila di domande, non sono bugiardo per definizione, essendo cattolico e praticante. Scelsi una decorosa via di mezzo: «Per ora solo vomito, stiamo a vedere». Anche io sentivo una forte nausea. Distolsi lo sguardo per farle capire che non gradivo parlare di argomenti personali, e per la prima volta in sei anni mi trovai a pensare che era un peccato, perché Alessia aveva un magnifico paio di occhi grigi. Per mia fortuna riprese a parlare del melodramma dell’insediamento, abbassando la voce fino a sussurrare tanto che potevo sentirle l’alito vinoso. Tendeva sempre a esagerare con l’alcol, la poveretta. Chissà, forse era colpa della solitudine. «E non sai tutto. Hai presente Bonci?». Annuii senza nascondere una smorfia di disgusto: Bonci era l’assessore all’edilizia di Castiglion del Colle e resisteva da decenni saldo sulla poltrona, indifferente ai colori delle giunte che si succedevano. Era intoccabile e il perché lo sapeva solo lui. Uomo di cui non fidarsi comunque. «Qualcuno dovrebbe avvisarlo che è deceduto. Lo vedo sempre seduto e immobile, con quella faccia grigia e i capelli lunghi e bianchi. Secondo me si sta lentamente decomponendo». Alessia scoppiò a ridere, di una risata grassa totalmente incoerente con il bisbiglio di prima. Il suo poderoso davanzale si agitava su e giù e non potei che ammirarlo. Subito dopo tornò a sussurrare: «Beh, io non so né il perché né il percome ma ho notizia da fonte certa che Bonci ha avuto una relazione col nostro nuovo sindaco. E che questo l’ha molto aiutata a dare la scalata ai piani alti».

Sussultai, “la zoccola col morto? Impossibile”: «Di quanto viagra avrà avuto bisogno per risvegliarlo?». Alessia scoppiò di nuovo in una delle sue risate, deliziandomi ulteriormente. Poi si fece seria seria: «Hai paura? Io un po’».

«Stai tranquilla, non sappiamo nulla di certo ancora. E poi non è detto che la tua sorte sia legata alla mia». Il mio tentativo di consolarla cadde nel nulla. Entrambi sapevamo bene che se fossi saltato io sarebbe saltata anche lei: una dirigente strettamente legata al segretario comunale fa la sua stessa fine, come le spose indiane che una volta venivano sepolte vive coi loro mariti.

Me ne tornai a casa a piedi com’ero venuto molto prima della fine della festa. La strada era parecchia dall’intrico di viuzze medievali del centro alla tranquilla periferia costruita con le speculazioni degli anni settanta. La tramontana di febbraio s’insinuava nei vicoli con la consueta maestria e io mi stringevo nel leggero cappotto di panno beige indossato per l’occasione. Era proprio un inverno di merda. E pensare che l’autunno era iniziato così bene. Un’ottobrata di sole rosso su sfondo azzurro che non vedevo da quando avevo vent’anni. Un tepore delicato, un profumo avvolgente di legna e funghi nell’aria. Poi qualcosa aveva rovinato tutte quelle belle premesse. Qualcosa che sapeva di gelate premature e carestia, inverni infiniti e lunga morte per fame.

Speravo che Chiara dormisse, non avevo nessuna voglia di parlarle, ce l’avevo con lei per non avermi accompagnato in una situazione così delicata. Avrei dovuto essere abituato alle sue mancanze di tatto e di empatia, ma non ne ero capace. Ogni volta mi sorprendevano come uno schiaffo in faccia. Diedi un calcio a un sasso che sporgeva dalla stradicciola in discesa che stavo percorrendo e quello rotolò velocissimo fino a sparire inghiottito dal buio. Ecco quello che avrei voluto fare io, rotolare velocissimo fino a casa e una volta lì, sparire nel buio. Almeno fino all’indomani mattina.

Ma non era destino. Appena rientrato, bagliori azzurri mi avvisarono che Chiara era ancora sveglia, sul divano dove l’avevo lasciata tre ore prima. La raggiunsi in salotto, era seduta però, non più distesa, tutta intenta a seguire un programma tv su una famiglia di nani e sui loro problemi di mal di schiena. Mi salutò continuando a fissare lo schermo, il raffreddore che tanto l’aveva abbattuta sembrava scomparso: «Ehilà, com’è andata? Divertito?», e mi sembrò che in realtà volesse dire “levati di torno prima che puoi, perché questo programma è più importante di te”, o meglio “Ogni cosa al mondo è più importante di te”.

Nel buio azzurrato del salotto risplendeva la cenere infiammata della sigaretta. L’ennesima mancanza di rispetto nei miei confronti. «Chiara, non farlo in casa, te l’ho chiesto mille volte. Poi puzza tutto».

Lei incurvò la schiena e lasciò ciondolare i lunghi capelli sul plaid che le copriva le gambe: «Fuori si gela, c’ho il raffreddore. Cosa vuoi, che mi prenda una polmonite? »

«Motivo in più per non fumare». Mi tolsi il cappotto e lo andai ad appendere nell’armadio a muro all’ingresso, accanto alle giacche di lei che emanavano il suo profumo dolceforte. Mi colse un nuovo attacco di nausea.

Tornai in salotto e mi sedetti sul divano, abbastanza vicino a lei ma non troppo, per non dover condividere per intero la sua sigaretta.

«Allora?» incalzò lei, come se davvero le importasse.

Rovesciai la testa all’indietro, mi sentivo vinto, infinitamente stanco, schiavo dei mille dubbi che mi si agitavano dentro: «Come puoi parlare di divertimento? Eppure non sei una stupida».

Chiara si voltò a fissarmi con gli occhi velati dal sonno: «Stai calmo, non c’è bisogno di aggredirmi. Volevo solo sdrammatizzare, magari fra un sorriso ipocrita e una stretta di mano hai trovato anche il modo di divertirti un po’. Io l’avrei fatto». Su questo non avevo dubbi: mia moglie trova sempre il modo di spassarsela, sembra nata per prendere la vita alla leggera e il suo divertimento preferito è sempre stato criticare tutti. «Che dice la cicciona, ha iniziato la dieta?».

«Alessia» dissi il nome della mia collega scandendolo ben bene «non mi ha parlato di diete. Ha altri problemi al momento, che poi sono gli stessi miei, che poi, se vogliamo dirla tutta, sono gli stessi che tu tendi a evitare da mesi»

«Non perderai il lavoro se è quello che temi. Basta che ti comporti bene col tuo nuovo capo, in fondo quello che conta negli uffici è l’immagine e la disponibilità. Nessuno più si fa seghe mentali ideologiche.» Chiara allungò le gambe sul divano e inevitabilmente gettai l’occhio sui polpacci lisci e ben torniti che sbucavano dal plaid in cui era avvolta. “Le più belle gambe di Castiglion del Colle”, così la definivano i mei amici quando me la presentarono, quindici anni orsono. E certo non era cambiata, con tutta la palestra che faceva. E cerette regolari ogni due settimane. Gambe così perfette e ben tenute da avermi fatto sempre sospettare che avesse l’amante. Per un marito non ci si tiene così tanto. Il tempo e le mie ricostruzioni dei fatti mi hanno dato ragione (su, Chiara, fai pure l’indignata se vuoi. Ci sarà chi non farà alcuna fatica a credermi).

Le chiesi se volesse venire a letto.

 

Farò qui una piccola digressione per far capire meglio la natura del rapporto con mia moglie: quando conobbi Chiara scattò un’attrazione immediata tra noi, tanto più forte quanto mi sforzavo di contenerla, perché alla fine sono un fervente cattolico – nato comunista, sì, ma anche cattolico, come mio padre e mia madre, una malformazione genetica assai diffusa in centro-Italia. Avrei voluto aspettare il matrimonio prima di dare la stura al desiderio che mi attanagliava. Ma ovviamente non ci riuscii. Quando ormai il danno era fatto, chiesi a Chiara di sposarmi e lei mi fece attendere un mese prima di dare la sua risposta e quando la diede era ormai diventata una domanda (capita spesso alle risposte, se non vengono date immediatamente): «Lo sai, vero, che quando saremo sposati da qualche anno, tutto quello che ora trovi adorabile in me finirai per odiarlo?»

«Odiare cosa, la tua pigrizia ammaliante, le tue gambe divine, la tua gattesca e trionfale autonomia. Per chi mi prendi? Per un bigotto da due soldi?». La mia passione era accecante come il sole al tramonto del più festoso e vago autunno del mondo, quindici anni fa, quando il mondo era perfetto.

E Chiara si lasciò sposare come se non fossero affari suoi. A dire il vero, mise tutta la sua cura nella scelta del vestito, un tubino bianco di satin aderente e piuttosto corto per la Chiesa, ma don Orione chiuse volentieri un occhio. Tutto il resto dell’organizzazione spettò, con sua somma gioia, a mia madre che scelse i brani da leggere e la musica da ascoltare e perfino i fiori per la chiesa. Poi morì, quindici giorni prima di potersi godere le mie nozze.

E comunque il nostro matrimonio non è andato come sostenevi tu, Chiaretta, perché io non ti odio, non odio nulla di tutto quello che di te mi ha travolto e mi ha fatto innamorare.

No, non è odio, è paura. Ed è diverso. Chiara, devo dirtelo, mi spaventi.

Mi atterrisce il tuo narcisismo, talmente connaturato a te, alla tua figura, al tuo modo di prendere la vita che è impossibile condannarlo o tentare di farti cambiare. Sarebbe come scuoiare viva un’iguana perché è nata con la pelle scagliosa. E non sono anche loro creature di Dio? (Ho scelto l’esempio delle iguane solo perché mi spaventano anche loro, ne ho la fobia. Non saprò mai come l’ho contratta, perché non ne ho mai vista una da vicino, ma ricordo che fin da piccolo le guardavo nei documentari in tv quasi senza respirare né muovere un muscolo, in una sorta di trance ipnotica).

Eppure, non prendersi cura di nessun altro se non di se stessi è un peccato, questo lo so bene, forse non dei più gravi ma comunque degno di una qualche bolgia infernale. Èd è sempre stata per me una grande pena avere una moglie spaventosa e paralizzante come un’iguana.

Mia madre mi aveva avvertito, quando ci siamo fidanzati, prima che l’esplosione di una vena nel cervelletto me la portasse via. «L’ignavia, Francesco…, l’ignavia… e la vanità; se veramente la vuoi sposare davanti a Nostro Signore, tu devi essere il “primo motore mobile” del suo cambiamento, devi assumertela in pieno questa responsabilità, capisci?». Ricordo che annuii quel giorno, convinto e fiducioso di saper agire nella direzione giusta. Ora so quanto mi sbagliavo.

 

Torniamo a noi. Quella notte la chiamai a dormire e lei rispose: «Vai, vai, arrivo. Fammi finire qui. Tanto domani è domenica.»

Come al solito, inutile cercare appoggio da lei, in nessun modo, nemmeno dormendo assieme, ascoltando il suo respiro, sentendo il sottile profumo della sua pelle di Madonna biondo cenere del ‘300. Anche questo mi negava, il più semplice, immediato dei vantaggi del matrimonio. In camera di letto, mentre infilavo il pigiama, fui disturbato da un’improvvisa, indecente, involontaria erezione. Ma su Chiara non si poteva contare. Mi stesi al buio e mi toccai in fretta e con vergogna (una vergogna che ora non conosco più, se scrivo qui queste cose), temendo che Chiara raggiungesse il talamo prima che io finissi. Non ne vado fiero, ma l’immagine che velocizzò l’operazione fu la faccia volgare, ottusa e sensuale della rossa che ora faceva da sindaco.