Erano in vacanza in Portogallo da sette giorni e a Lisbona da tre.

Quella mattina avevano deciso di andare di nuovo all’Alfama, ma lei si rifiutò di seguirli.

«Vieni,» disse Jan «che stai a fare in questo buco di appartamento da sola?».

Ma lei puntò i piedi e prese a fare i capricci come una bambina, no no e no. Sono stanca, stanotte non ho dormito, e poi all’Alfama ci siamo già stati, e poi devo finire il mio romanzo.

Il romanzo in questione era Ragione e sentimento. Sventolò il kindle davanti al naso di Jan come si fa quando si rimprovera qualcuno di aver preso una multa. Lo sguardo celeste del suo uomo si chiuse in quell’espressione di muta disapprovazione che lei odiava.

Un altro ottimo motivo per non andare con loro.

Quando uscirono ebbe un moto di sollievo.

Girellò per l’appartamento che avevano preso in affitto e concluse che non era affatto un buco per quel che pagavano, e che Jan si era dimostrato – come sempre – di corte vedute. C’erano due camere strette, ma sufficienti per un letto a una piazza e mezzo e due comodini. Una per lei e Jan, l’altra per Ana e Mario.

E poi c’era una cucina piccola, ma non tanto da non poter contenere un tavolo rotondo e quattro sedie pieghevoli. La grassa Sonia, la proprietaria, era stata gentilissima. Li aveva accolti con la password del wi-fi, un vassoio di pastéis de nata, una caffettiera enorme e un vaso di polvere di caffè brasiliano. Rideva forte, parlava troppo in un inglese colorito di spagnolo e portoghese e si vantava di sapere sempre cosa volevano i suoi ospiti. Il wi-fi, i dolci, la macchina coi filtri di carta per il caffè lungo erano le sue coccole speciali per loro. Ma dalla prenotazione si era accorta che a metà luglio avrebbe accolto un inglese, una spagnola e due italiani, perciò aveva portato anche la caffettiera, perché gli italiani erano come i portoghesi, conoscevano l’importanza di un buon caffè.

Per le loro orecchie stanche fu una carezza il silenzio che si distese nell’appartamento quando la grassa Sonia decise che aveva terminato i suoi doveri di accoglienza e li aveva lasciati soli.

Poi, quando anche il silenzio iniziò a diventare rumore, le due coppie si riunirono in cucina per pianificare assieme le visite turistiche. E lei in un primo momento si era detta d’accordo a dedicare due giornate all’Alfama.

Quella mattina, all’improvviso, cambiò idea. C’era un altro motivo per il quale si rifiutava di tornarci. Ci si erano precipitati appena arrivati a in città e lei si era sentita il cuore rompersi in mille pezzi.

Dieci anni prima era stata a Lisbona con il suo secondo fidanzato, un professore di fisica che aveva un convegno in città. Lei era rimasta sola per intere giornate, le più belle della sua vita. Erano a mezza pensione dalla signora Maria che abitava in cima all’Alfama, vicina al castello. La mattina Giovanni usciva presto per raggiungere la Baixa, lei si alzava con calma, faceva colazione, poi passava ore e ore a esplorare vicoli, salitelle e discese. Sembrava che ci fosse solo lei, i gatti e qualche vecchia che salutava sdentata. Se aveva fame, si fermava dai signori che cuocevano il baccalà all’aperto, sulla carbonella. Avevano anche qualche sedia e dei tavolini, le portavano il baccalà alla brace con le patate al burro ed era il cibo più buono che si potesse mangiare.

Cos’era diventata adesso l’Alfama? Un susseguirsi di negozi che vendevano ridicoli souvenir, di ristoranti chic e internazionali, di bed and breakfast “tipicamente portoghesi”. E gente, gente, gente che spintonava, suonava il clacson o tentava di metterti sotto con la bici o coi carretti. Non era cosa per lei, non bisognerebbe mai tornare nei posti dove si è stati troppo bene, la delusione è assicurata.

Il caffè gorgogliava da un po’ nella caffettiera da sei. Spense il fuoco, prese dall’acquaio un tazzone con la scritta fazer algo divertido todos os dias, non le era chiaro se fosse un invito o un ordine. Si sedette sulla sedia meno sconquassata delle quattro, riempì la tazza con tutto il caffè della caffettiera, lo zuccherò appena e prese a sorseggiarlo mentre avanzava nella lettura di Ragione e sentimento. “Lady Middleton era più simpatica di sua madre soltanto perché stava più zitta, ma ci volle ben poco…”. Un sorso di caffè le andò per traverso, tossendo goccioline di caffè e saliva sporcarono lo schermo del kindle. Porca puttana, non c’era modo di leggerlo in pace questo romanzo, eh sì che per lei era così essenziale da rinunciare a una giornata di vacanza per finirlo. “… ma ci volle ben poco perché Elinor si accorgesse che il suo riserbo era solamente una flemma di carattere…”. Ecco fatto, si era persa un’altra volta, aveva sollevato un pochino la testa dalle pagine e subito era rimasta colpita da un gallo in ceramica, tutto bianco e con la cresta infiammata, che Sonia custodiva in cucina, in una vetrinetta di oggetti portoghesi. Non riusciva più a staccare gli occhi da quel gallo, le strisce rosse, gialle e arancioni della criniera l’avevano ipnotizzata come un falò, un rogo, un auto da fé. Era così bello che non potè non avvicinarsi. La vetrinetta era aperta, prese il galletto in mano, lo soppesò – era leggero e fresco -, pensò di infilarlo nel borsone e portarselo via come oggetto del buon ricordo. Ma sarebbe stato un affronto rubare a casa di Sonia, così gentile e zelante, solo per possedere un pollo insulso che avrebbe trovato a pochi euro in ogni negozio di souvenir. Lo rimise a posto.

Stava per riprendere la lettura, quando il cellulare trillò. Su whatsapp apparve una foto con Mario e Ana sorridenti e Jan, serio serio, seduto sulle ginocchia di Pessoa, al Chado. Ma non dovevano tornare all’Alfama? Fatti loro, si vede che preferivano perdere tempo a farsi selfie cretini come i sedicenni. Non li degnò di risposta. Ma ormai le era passata la voglia di leggere. La Austen poteva essere un tantino “pastosa” nella descrizione di ciò che si nascondeva dietro agli atteggiamenti di ogni suo personaggio.Nella realtà, gli atteggiamenti delle persone servono spesso a nascondere il nulla.Sotto la vetrinetta c’era un vecchio comò con le ante semiaperte. Si mise a curiosare ed ebbe una gradita sorpresa: una bottiglia di Porto di ottima qualità, ancora sigillata. Appiccicato all’etichetta un post-it rosa recava la scritta You Welcome.Che straordinario invito. Per un attimo si sentì come Alice nel Paese delle Meraviglie quando cade nel pozzo e trova la bevanda magica che la fa rimpicciolire. Decise che sì, un po’ di regressione se la poteva permettere. Finì il caffè, aprì il Porto, – aroma di uva appassita al sole dell’Alentejo – riempì la tazza che raccomandava di divertirsi un po’ ogni giorno.Il primo sorso fu dolce e aspro, il secondo voluttuoso e languido, dal terzo in poi le sensazioni si confusero in un unico, fortissimo, prolungato orgasmo gustativo. Non c’era modo di distinguerle, e più beveva meno gliene importava, fanculo alla Austen.Mollò il kindle sul tavolo e si rinchiuse in camera da letto con la bottiglia e la tazza. Aprì la finestra e si gettò fra i cuscini godendosi l’aria fresca che accarezzava il suo corpo poco vestito e le voci della strada che si alternavano, gravi e acute, come in un canone inverso. Altro trillo del cellulare, non intendevano lasciarla in pace: foto di Ana che carezza un gattino pulcioso alla Mouraria. C’erano arrivati, dunque, all’Alfama. Buon per loro.Alla seconda tazza di Porto ebbe l’illuminazione: la bevanda magica faceva rimpicciolire Alice, il Porto faceva crescere lei. O meglio la faceva invecchiare, la faceva diventare profonda, luminosa e oscura come Amalia Rodrigues al culmine della sua carriera.Si alzò di scatto dal letto, doveva mostrare a tutti chi era diventata, altro che gattini e statue di Pessoa. Lei era Amalia, la fadista per eccellenza, sempre straziata d’amore. Cercò sul tablet il testo della sua canzone preferita: Ai Mouraria, Do homem do meu encanto, Que me mentia, Mas que eu adorava tanto. La trasformazione era avvenuta, occorreva solo sistemare alcuni dettagli. Mise sul letto il borsone e tirò fuori tutti i vestiti, alla ricerca di uno semplice, nero e lungo, che valorizzasse la sua nuova essenza mediterranea. Salopette, magliette rosa e verdi, minigonne e vestiti a fiori, nulla di utile. Terza tazza di porto. Eccola là, nel tascone degli intimi, la sottoveste nera con inserti di pizzo con la quale, alle volte, dormiva. Non spesso, perché il pizzo le irritava la pelle del seno. Ma per il suo set sarebbe andata benissimo. Se la infilò. Per un attimo pensò che in quanto a cretineria non aveva nulla da invidiare ai suoi compagni di viaggio. Nel profondo, invece, sentiva che non era così, che il suo era un travaglio profondo che cercava la luce, e per questo le prese la rabbia.La sfogò contro tutti gli altri vestiti da turista idiota che possedeva, li ficcò alla rinfusa nel borsone, poi si mise alla finestra aspettando un momento in cui non passasse nessuno. D’altronde il rischio era minimo, dato che l’appartamento era a piano terra. Detto fatto, rovesciò l’intero contenuto del borsone giù in strada. Assieme ai vestiti cadde anche un libro che aveva comprato giorni fa nell’odiosa “libreria di Harry Potter”, a Oporto. Era una versione in portoghese dei racconti di Guy de Maupassant. Perché li avesse comprati, visto che già li aveva letti, e per di più in una lingua che conosceva pochissimo, era un mistero anche per lei. Poi si ricordò che aveva detto ad Ana di comprendere perfettamente il portoghese e che quell’acquisto era servito a dare sostanza a una mezza bugia, “peraltro inutile e di cattivo gusto” avrebbe commentato la Austen.Non aveva alcuna intenzione di andare a riprenderselo, il libro. Continuava a guardare dalla finestra: passarono due turiste dall’aria nordica, si fermarono davanti al mucchio di vestiti con il libro in cima, una delle due raccolse il libro poi guardò verso l’alto, vide la donna affacciata vestita di nero e fece il gesto di portarselo via; la donna nera annuì, permesso accordato. Le due ragazze se ne andarono ridacchiando.Quarta e ultima tazza di Porto, peccato, un vero peccato. Bisognava fare in fretta, la luce piena del pomeriggio stava perdendo intensità, la stanza si riempì di un diffuso color arancione. Quello era il momento perfetto. Si sedette in cucina di fronte a un piccolo specchio da trucco. Sulle spalle aveva buttato con nonchalance uno scialle in seta pura da autentica fadista – almeno così sosteneva la signora del negozio dove l’aveva comprato a caro prezzo.Un altro sorso di vino e poi al trucco. Gli occhi, bisognava esaltare gli occhi. Lei li aveva verdi, e non magnifici e neri come Amalia. Scelse di spennellare l’intera palpebra con un ombretto color tortora. Ricordava un tutorial su youtube che diceva che il color tortora rende lo sguardo profondo e malinconico. Ci andò giù pesante col trucco, perché sapeva che le foto ne avrebbero attenuato l’effetto. Tanto ombretto, tanto mascara, tanto rossetto rosso.Finì il porto, tornò nella camera arancione e iniziò a scattarsi i selfie. All’inizio le venivano male perché aveva le mani tremanti, poi ci prese confidenza: Amalia alla finestra con la luce che le accarezzava il volto; Amalia accanto a una tenda, col viso seminascosto dall’ombra; Amalia sul letto con l’espressione melanconica dell’ammalata, Amalia che canta le appassionate note del fado a occhi chiusi e poi ancora Amalia e Amalia e Amalia in ogni posa. Era così dolce essere lei, dolce come il Porto a cui aveva tirato il collo. Scattò un numero di selfie indicibile. Erano belli ma troppo colorati. Li filtrò in bianco e nero e poi iniziò a postarli, facebook, twitter, instagram, a raffica, una vera mitraglia social. Jan, Ana e Mario sarebbero rimasti di sasso. Si sentì all’improvviso molto stanca, aveva voglia di dormire ma prima doveva struccarsi. Mai andare a letto col trucco in faccia dopo i trent’anni, così le aveva sempre detto sua madre. E lei di anni ne aveva trentacinque.Non c’era latte detergente in bagno, o almeno non le riusciva di trovarlo. Mentre lo cercava, il telefono trillava in continuazione – dovevano essere i like alle sue foto. Questo le diede nuova linfa vitale.Decise di lavarsi bene con il sapone e il trucco si sciolse quasi tutto. Tranne quello degli occhi, l’ombretto tortora era ancora là e non ne voleva sapere di andarsene. Fu presa dal terrore che le rimanesse addosso a vita, un colore che nemmeno le piaceva. Andò in cucina, prese il detersivo per i piatti e la spugnetta e si strofinò le palpebre prima dalla parte morbida della spugna, poi con furia dalla parte rasposa. L’alcol che aveva in corpo le faceva da analgesico e non si accorse che sulle palpebre si stavano aprendo delle ferite. Lo realizzò quando una goccia di sangue le scivolò su una guancia. Corse a guardarsi allo specchio: maledizione, anche dopo questa tortura, l’ombretto tortora era là mischiato al sangue delle ferite.Si buttò sul letto con gli occhi in fiamme: tortura, tortora, venisse almeno qualcuno ad aiutarmi, si saranno fermati fuori a cena i tre cretini. È già buio o io sto diventando cieca. Tutto per un ombretto scelto male, per una tortora, un insulso e puzzolente uccello color merda, o beige nella migliore delle ipotesi. Né colomba né piccione. Capace solo di fare turr uh, turr uh. Una specie di uccelli litigiosi e violenti, ne aveva visto uno uccidere un altro per il possesso di una femmina. Sono bestie monogame, le peggiori non c’è dubbio. Lo sguardo chiuso di Jan, gli occhi color del miele di Giovanni. Avere gli occhi di una tortora è una dannazione. Devo trovare un modo… Fanculo anche ad Amalia…Si addormentò. Sul comodino il cellulare trillava senza posa, pazzo di gioia.

Simona Castiglione