Mia madre è rotolata giù per le scale. Perché beve. Di nascosto. Mia madre beve e, fidatevi, non lo dico perché è mia madre e io sono una figlia femmina e si sa che le figlie femmine parlano sempre male delle loro madri, tipo che le hanno maltrattate da piccole ed è per questo che ora loro c’hanno la vita incasinata. Quando io ero piccola mia madre non mi maltrattava né beveva. Forse non mi badava più di tanto, perché era impegnata, non che lavorasse – era casalinga, mio padre le passava regolarmente gli alimenti, questo devo ammetterlo – ma doveva trascorrere molte ore al telefono del corridoio con la sua amica Marianna La Fata – e ha fatto bene, dico io, perché quando ho compiuto sedici anni Marianna, che era, senza esagerare, la donna più bella e dolce che dio avesse inventato, è morta di tumore all’utero, quindi ha fatto bene e benone a passarci del tempo insieme per telefono, e a volte anche di persona, finché ha potuto. Altro tempo lo passava a guardare fuori dalla finestra con l’aria assente, come se fosse una principessa medievale in attesa che tornasse il suo cavaliere dalla guerra; e interi pomeriggi li trascorreva a pulire i fagiolini dalle loro codine, aprire i baccelli dei piselli e far rotolare giù nella ciotola pallini verdi, oppure quelli dei fagioli screziati – la fagiolapasta come la chiama lei che è siciliana – da cui uscivano piccoli fegati irrorati di sangue e di grasso che poi con la cottura diventavano una specie di purè denso e marrone. Quei pomeriggi io ero sempre lì con lei, quando avevo terminato i compiti ovviamente, seduta al tavolo della cucina che l’aiutavo. Passavamo ore senza scambiarci una parola, ma alla fine avevamo bacinelle piene di verdure pulite pronte per essere cucinate. Le mie manine lavoravano senza sosta, per tenere il ritmo delle mani grandi della mamma. Quando lei non c’aveva voglia di pulire la verdura e si metteva a dormire di pomeriggio, allora me ne stavo da sola a guardare dalla finestra della cucina uno spettacolo che era meglio della tv dei ragazzi. Abitiamo alla Storta – brutto nome per un quartiere, forse è da quando ci siamo trasferiti lì che sono peggiorati tutti i guai di mia madre; la casa popolare l’abbiamo ottenuta perché mio padre è stato giudicato colpevole di “abbandono del tetto coniugale”, che poi con Elisa sembrava il grande amore ma io so che dopo sei mesi si sono lasciati. Giardinetti dove andare a giocare non ce n’erano molti, quelli che c’erano mia mamma diceva non metterci piede che erano pieni di siringhe col sangue per terra; però, sul tetto in cemento del condominio attaccato al nostro, che è più basso, c’è la città dei gatti. Giuro, gatti di ogni forma, colore e dimensione, intere famiglie, comitive di giovani gatti, gattini che bevono ancora il latte dalle mamme, gatti anziani mezzi morti, di tutto insomma. Quando torno a prendere Alessio lo vedo che anche lui è incantato dalla città dei gatti. “Meglio!” mi dico “così non sta tutto il tempo a guardare la tv, e chissà quante storie di gatti s’immagina vedendo quel tetto, come facevo io da bambina”.
Cosa c’entra questo con i fatti in giudizio? C’entra perché dà il quadro preciso di chi era mia madre prima che si mettesse a bere, di come potrebbe tornare a essere.
Non beveva in quel periodo, lo dico a ragion veduta ora che sono adulta e madre anch’io e ho avuto le mie esperienze, forse era infelice, sicuramente prendeva il tavor (lo so perché a quindici anni ho trovato un blister nel suo cassetto), ma bere alcol no.
Ora che è anziana le verdure non le pulisce più e beve e già da un bel po’. Me ne sono accorta prima di Natale, che ero a casa con la febbre a 39 e mi sono messa a cercare il sidol per pulire l’argenteria che mi hanno regalato al matrimonio e poi venderla e così arrotondare un po’. Ho cercato dappertutto fra i detersivi sotto il lavello e non lo trovavo, alla fine ho aperto l’armadio che fa da dispensa nello sgabuzzino, quello dove mia madre tiene pacchi di spaghetti e conserve di pomodoro in quantità industriale come se dovesse arrivare una guerra da un momento all’altro – lei e Alessio erano andati a comprare le arance per farmi la spremuta. Il sidol là non c’era, ma ho trovato alcune bottiglie di vino rosso di quelle da 5 litri che si comprano al super e mi è sembrato strano, perché mia madre non mette mai vino in tavola ai pasti. Ho fatto tanto di spostarne una e dietro ho trovato un piccolo esercito di bottiglie vuote, alcune da 75 centilitri, altre di quelle grandi e perfino cartoni di tavernello, rosso e bianco, anche quelli vuoti. All’improvviso mi sono spiegata perché mia madre non vuole che io metta piede in dispensa, lei dice che gliela incasino ma è lampante che non è il vero motivo – e, quando devo cucinare, mi chiede: «che ti serve che vado a prendertelo nello sgabuzzino?». Probabilmente, di tanto in tanto, si libera di vetri e cartoni quando io non la vedo che sono al lavoro, poi ricomincia a collezionarli. Difatti c’ha la rosacea. Sapete cos’è? Ha un bel nome, profumato persino, ma non è niente di bello, sono quelle venuzze rosaviola che si spaccano sul viso delle persone che hanno una pessima circolazione sanguigna e s’intrecciano formando reticoli di vario grado di bruttezza, come se il volto fosse una carta di fiumi e affluenti; lo so perché di mestiere faccio l’Oss all’Inrca sulla Cassia – ma questo sicuramente già lo sapete – e per diventarci ho dovuto studiare un anno e fare sei mesi di tirocinio, e io sono una che quando si mette una cosa in testa la fa per bene. Mi sento di aggiungere che lavoro in un’ottima struttura e che sto imparando tante cose e che vorrei laurearmi infermiera, ma non è affatto facile con il lavoro e i figli, ma anche che ringrazio ogni giorno perché ce l’ho questo lavoro e di perderlo non ne ho nessuna intenzione.
Be’, mia madre ce le ha sul naso, le venuzze a reticolo, e anche, se la osservi bene con la luce che filtra di lato dalla finestra, quel tipo di luce incidente che mette in risalto i difetti, la sua pelle è una spugna, come se i pori si fossero allargati a dismisura, come fossero crateri.
Quella sera tornavo dal lavoro, sapendo che avevo fatto tardi e mi sentivo in colpa per Alessio che stava con la nonna da quando era uscito dall’asilo, cioè intorno alle 16, 16.30, e non mi vedeva dalla mattina prestissimo quando l’avevo preparato e anche rimproverato perché aveva il moccolo che colava sul grembiulino azzurro e non avevo tempo, proprio no, di pulirlo per bene – il moccio verde si smarmellava sul grembiule e con la pezzetta sporca di polvere di caffè ho solo peggiorato la situazione – così alla fine è andato a scuola tutto macchiato di verde e nero, roba da vergognarsi di fronte alle altre mamme coi loro bambini tirati a lucido, i capelli tagliati corti e in ordine come le unghie, i grembiulini stirati, le orecchie e i dentini lavati e – immagino – la biancheria intima fresca di bucato cambiata ogni giorno.
Era stata una brutta giornata, una giornata pesante di pappagalli ed esplorazioni rettali; la signora Gina – Parkinson ultimo stadio, immobilizzata a letto da nove mesi, peristalsi intestinale azzerata – non ne voleva sapere di farsi toccare, appena mi avvicinavo strillava «Te ne voi anna’? Nun me devi mette’ le mani addosso che sinnò chiamo la polizia», la badante alzava gli occhi al cielo e non si muoveva dalla sedia accanto al letto. A un certo punto chiamo Franco, l’altro Oss che era di turno con me, che ha 55 anni ed è bello grosso. Franco è la mia salvezza, non mi rifiuta mai un favore se può, sospetto che abbia un debole per me. Insomma, lui arriva nella camera 88, placca a faccia in giù la Gina che strilla ancora più forte e io posso fare quello che devo. Solo che poi la puzza delle feci della signora Gina – con rispetto parlando, ma quello è – non mi si toglieva di dosso, né l’amarezza per aver mollato Alessio al nido dopo avergli strillato (che in fondo non è colpa di un bambino di tre anni se smoccola, è colpa della mamma che non ha fazzoletti di carta o salviette imbevute). Ho suonato al citofono, mia madre non ha gracchiato «chi è?», strano perché di solito lo fa sempre prima di aprire. E infatti non mi ha nemmeno aperto. Ho pensato che fosse innervosita perché le avevo promesso che sarei tornata a fine turno, alle 18, e invece ho fatto tardi, ormai erano quasi le 20 e non sapevo nemmeno se avesse preparato la cena per Alessio (a volte, quando si arrabbia, non gli dà da mangiare perché è una cosa – dice – che devono pensarci le mamme; mi ha sempre fatto strano, perché da piccola a rimpinzarmi per bene ci pensava sempre mia nonna e se gradivo e chiedevo il bis era tutta soddisfatta). Per fortuna che ho la mia copia delle chiavi, per fortuna. Non la uso per buona educazione – è vero che da quando mi sono separata sono tornata a vivere da mia madre, ma sappiamo entrambe che è una cosa transitoria e io mi comporto come un ospite, perché appena mi organizzo voglio trovare un appartamento in affitto per me e per i bambini. Dopo aver suonato al citofono una decina di volte, ho deciso che a volte la buona educazione bisogna infilarsela in quel posto – chiedo perdono per la frase poco fine – e agire. E così ho fatto.
Se avevo fatto tardi la colpa era un po’ di Renato, ma soprattutto di Raul. Renato mi aveva dato appuntamento per l’aperitivo al pub Flamengo, sempre sulla Cassia, subito dopo il turno. Io sono arrivata puntuale – come sempre – lui invece si è presentato mezz’ora dopo col suo brutto muso rincagnato e i capelli lunghi e unti, non ho mai capito cosa ci trovi di bello la mia amica Rita che se l’è portato a letto, dice sempre che somiglia a Ligabue. «A’ bella, c’hai ‘na faccia, me pari ‘na pizza». Renato è fatto così, arriva in ritardo, è maleducato, però su certe cose è molto serio. Io non voglio dire che sia una brava persona, perché se è iniziato un procedimento penale a suo carico c’ha sicuramente le sue responsabilità, come me d’altronde – solo che nel mio caso non sono responsabilità penali, ma morali e personali, credo. Però una cosa devo dirla e cioè che Renato Santonastaso è uno corretto che se promette qualcosa la mantiene e se non può fare niente per te allora non si vanta, non finge di poter avere quello che ti serve per ottenere qualcosa e poi ciao, no, lui te lo dice chiaro e tondo: «Oggi non ce n’è, bella, e domani nemmeno», che è più di quanto abbiano fatto per me tutti gli uomini con cui sono stata. So che sembrerà sciocco dirlo qui adesso, ma Renato è uno onesto, profondamente anche. E se lui mi ha detto che quella sera gli sembravo una pizza, era perché dovevo avere la faccia bianco-latticino per la stanchezza, gli occhi infossati e una bella collezione di brufoli dovuta a tutta la nutella che ci facciamo fuori nella cucina dell’ospedale quando in corsia c’è un attimo di quiete. Se la nutella bastasse – visto che attiva i recettori della serotonina – non mi preoccuperei dei chili di troppo, dei brufoli, delle carie, me ne farei un barattolo al giorno poi mi laverei bene i denti e userei il topexan tutte le mattine, e starei nella pace del Signore.
Ma la nutella non basta, aiuta ma non mi basta.
Così quella sera Renato mi dice che ce n’ha un po’, per due-tre giorni, dipende da me. Io tiro un sospirone, che fino a quel momento ero rimasta un po’ – come dire? – in apnea e gli dico che posso scucirgli un acconto subito e il resto a fine mese. Mentre stiamo lì che organizziamo tutto per bene, seduti a un tavolino in fondo al locale, a un certo punto stavo contando gli euri e sento una ventata di freddo. “Qualcuno deve aver aperto di colpo la porta e deve averla lasciata spalancata” penso, e infatti così era: Raul era entrato come un matto, coi capelli tutti spettinati e due occhi da sciamannato; mi vede dalla porta del locale e corre verso di me e mi acchiappa per i capelli e urla: «Allora è vero che sei una drogata, brutta zoccola!». Così mi ha detto e io a strillare «cretino, lasciami, mi fai male». Alla fine ha mollato la presa ma una ciocca dei miei capelli gli è rimasta in mano. Che potevo fare? Non volevo né potevo dirgli bugie così gli ho detto la verità, che drogata non sono, e tantomeno zoccola, ma fra il lavoro coi turni di notte e mia madre e i figli, ogni tanto, sì è vero, prendo qualcosa per tirarmi un po’ su. Ma non coca né ero, potessi morire adesso se l’ho mai toccata quella roba, solo lo speed quando lo trovo. E certo sono consapevole degli effetti collaterali, lo so che sulle prime ti fa star bene perché stimola la dopamina e ti permette di sentirti lucido e in forma anche per diverse ore, ma che presto ti ritrovi dipendente, costretto a dover alzare sempre le dosi e demolito di fisico e di cervello coi neuroni bruciati come uno di quei cassonetti della spazzatura a cui qualcuno, ogni tanto, dà fuoco. Solo che io non sono dipendente, non ancora quanto meno, e d’ora in poi giuro su quanto ho di più caro (che poi sono i miei figli) che non vedrò più lo speed nemmeno con la lente d’ingrandimento, anche perché oltre al problema della salute c’è anche quello della spesa, che sono soldi che io tolgo alla famiglia, ad Alessio principalmente e se solo ci penso mi metterei a piangere ora e non smetterei per due ore, anche se onestamente io pensavo di farlo per la famiglia, per tenermi questo lavoro e avere ancora la voglia e la forza di stare con i piccoli, portarli al parco giochi o da un amichetto e preparare da mangiare e tenere la casa pulita e in ordine.
Ho studiato la composizione dello speed e ho scoperto che la materia prima è l’anfetamina, la stessa che certi dottori prescrivevano agli studenti negli anni ’70 per fargli passare nottate intere sui libri senza problemi. Non lo dico per giustificarmi ai vostri occhi – be’, forse un po’ sì, anche per quello se devo essere sincera fino in fondo – ma per dimostrare che un uso occasionale di questi prodotti non ti rovina a vita, non ti rende inadeguata né come lavoratrice né come madre. E io più di un uso occasionale non ne ho fatto.
Sì, sì torno alla sera del 27 gennaio 2015, scusate se ho divagato. Allora, Raul e io abbiamo litigato di brutto al Flamengo, Renato si è squagliato immediatamente perché ha visto le brutte. Raul mi ha minacciato di portarmi in tribunale, e come vedete ha mantenuto la promessa; io l’ho insultato, lo ammetto, gli ho dato dello stronzo e del disadattato. Lo so che stronzo non dovevo dirglielo, ma disadattato lui lo è, e anche di brutto: vive a casa dei suoi genitori e si passa tutto il tempo davanti al computer a fare giochetti scemi o su you porn – questo lo so di sicuro perché una sera l’ho beccato di brutto quando ancora vivevamo assieme. E adesso si presenta qui a recitare la parte del padre responsabile e sicuro di sé che vuole salvare i suoi figli da una madre tossica e incapace. Be’ sappiate che è tutta una messa in scena, perché se qui c’è un incapace è lui che a casa non ha mai portato un soldo, e se non c’ero io che facevo le pulizie – questo prima di diventare Oss, è chiaro – lui non muoveva il culo dalla poltrona per aiutarmi ad arrivare a fine mese, al massimo chiamava la mamma e si faceva dare i soldi per l’affitto. E se i suoi genitori garantiscono per lui che troverà presto un lavoro, o mentono dicendo che magari l’ha già trovato, peggio mi sento: perché Alessio di quei nonni là ha avuto sempre paura, i miei suoceri sono cattivi, non lo hanno mai coccolato e a stento gli fanno il regalo a Natale e al suo compleanno. Non so perché si comportano così, credo che come nuora non mi abbiano mai accettato, e ora che sanno anche questa cosa dello speed posso immaginare cosa pensano di me e cosa va a dire in giro mia suocera che, fra l’altro, ha una ciabatta al posto della bocca.
Sì, chiedo di nuovo perdono, queste cose non c’entrano coi fatti, sono mie considerazioni. Torniamo a quella sera. Ho usato le mie chiavi per entrare a casa, ho fatto quattro piani tutti di corsa – l’ascensore era rotto come succede una settimana sì e l’altra pure – sono arrivata su senza fiato con la tachicardia, ho aperto la porta e Alessio per fortuna era in salotto seduto per terra, vivo e vegeto, solo con gli occhioni sbarrati per la paura, anche se quando mi ha visto non si è mosso, non ha pianto, non ha detto nulla. Ė rimasto seduto accanto a mia madre lunga per terra che si lagnava con una voce flebile. «Mamma che hai fatto?» le ho chiesto mentre prendevo in braccio Alessio, ma lei non riusciva a non biascicare e io non capivo niente. Non l’ho toccata, perché so che in questi casi può essere più pericoloso che altro, ho subito chiamato l’ambulanza. Per fortuna è arrivata abbastanza in fretta perché ormai l’ora di punta era passata. Anche questo non lo dico per giustificarmi, lo so bene che se fossi tornata all’ora giusta il casino non sarebbe successo.
Insomma, al Pronto Soccorso del Gemelli le hanno fatto una risonanza o una tac, non mi ricordo bene, e hanno scoperto che aveva il femore rotto e due vertebre spezzate nella zona lombare. Ho cominciato a piangere e a piangere, intanto che Alessio mi accarezzava la faccia con le sue manine d’oro, avevo paura che rimanesse paralitica. Poi per fortuna il neurologo mi ha detto che la situazione era grave ma non disperata, che bisognava tenerla a letto immobile per un paio di mesi e poi farle fare più riabilitazione possibile. Adesso è all’Inrca, nel reparto dove lavoro io, così posso accudirla. Quando è tornata in sé ho voluto sapere tutto e lei mi ha raccontato che si era preoccupata perché non tornavo e pensava di non sentire il citofono – tra l’altro da qualche anno l’udito le si è abbassato notevolmente – allora ha lasciato Alessio in casa e ha sceso le scale, visto che l’ascensore era rotto, per andare a vedere in strada se vedeva passare l’autobus dell’Atac (tra l’altro le avevo promesso che avrei fatto un salto al super per comprare le spinacine per cena). Mentre scendeva le girava la testa e le veniva da vomitare, per l’ansia dice lei – per il vino sostengo io – allora è scivolata di culo – pardon, di sedere – fra il secondo e il primo piano, ha sbattuto la schiena e ha sentito un dolore che non si poteva dire quant’era forte, ma tant’è doveva tornare su da Alessio, quindi si è rimessa in piedi e ha rifatto le scale per rientrare in casa, ma poi il dolore l’ha sopraffatta e si è dovuta stendere sul pavimento ad aspettarmi.
Quando mi ha detto così mi sono sentita bruciare viva dal senso di colpa e anche dalla paura. Mia madre beve, non c’è dubbio su quello, ma almeno mi tiene Alessio quando vado a lavorare e so che gli vuole bene. E ora non può più farlo per chissà quanto tempo, per via del mio ritardo e di quello speed di merda e del bastardo che è Raul. Sì, mi scusi, modero i termini.
Alessio per tutto febbraio e marzo me l’ha tenuto la signora Anna che abita nel palazzo di fronte, quello della città dei gatti. Da poco però mi ha detto che non ha più il tempo di farlo e che, se proprio ho bisogno di una baby sitter, c’è sua figlia Sabrina che ha diciotto anni però devo pagarla. Che poi Alessio è un bambino speciale, non è pesante da tenere, non corre in giro, non fa danni, parla pochissimo e non è mai capriccioso. Ricordo che quando ho fatto l’ecografia morfologica il dottor Santi mi ha avvertito subito: «signora, era una gravidanza gemellare, ma uno dei due feti è stato inglobato dall’altro ed è morto. Ora si trova nel cervello del neonato sopravvissuto. Appena nascerà dovremo operarlo per toglierli dalla testa questa massa inutile e pericolosa, qua la vede?». Il dottore indicava un punto nella testa di Alessio e io vedevo un fagiolino che sarebbe potuto diventare un bambino, così dentro di me gli ho dato un nome, l’ho chiamato Davide. Il dottore mi ha anche detto che avrebbero fatto di tutto per non fargli danni neurologici durante l’operazione, ma che la posizione del feto morto era molto delicata e Alessio avrebbe potuto riportare qualche rallentamento motorio o dei ritardi cognitivi. Per fortuna questo non è successo, Alessio ha imparato a camminare a due anni, a tre ha iniziato a usare il vasino, è vero dice pochissime parole, ma le maestre all’asilo dicono che è normale e anch’io ho letto in un manuale di psicologia infantile che i maschietti c’hanno l’area di Broca meno sviluppata. Quindi non mi preoccupo più di tanto. Sì, avete ragione, adesso finisco il discorso: quando Alessio è nato abbiamo aspettato tre mesi che s’irrobustisse un po’, poi l’abbiamo operato e ora Davide non è più con lui. Ma io lo so che dentro Alessio è rimasta l’anima dell’altro figlio mio, perché alle volte lui mi guarda con gli occhi di uno che sa tante cose ma non sa come dirmele, e io sento che vorrebbe rassicurarmi su Davide e dirmi «Ah ma’, guarda che lui è sempre con me, con noi».
Perciò io adesso vi chiedo, se prometto di non incontrare più Renato né nessun altro che possa vendermi robaccia, di aiutare mia madre a riabilitarsi fisicamente – già lo sto facendo – ma soprattutto a smetterla di alzare il gomito, e di sistemare per bene Alessio durante i miei turni di lavoro, posso tenere con me i gemelli?

Simona Castiglione