Piani di fuga, romanzo di Leyla Khalil, nasce dalla riflessione sulla libertà di scelta, declinandola in un contesto meta-letterario. Di fatti, la lettura è il punto di partenza per comprendere in quale misura le categorie letterarie alimentino, fino a stabilirlo, l’immaginario della comunità dei lettori. Il legame fra l’inconscio del lettore e la dimensione collettiva dimostra come la cultura sia per sua natura un farsi, un rifarsi, un continuum che oltrepassa la nozione di tempo, nutrendosi di figure archetipe.

1) Parliamo dei protagonisti, Patrizio e Tommaso, in fuga da una realtà che sentono come satura e che lascia poco spazio alle loro esigenze di libertà. Il loro ritratto vuole esprimere il paradosso della libertà, e nello specifico, la scelta di restare ignoranti, o per lo meno di mettere in secondo piano la conoscenza letteraria, che Patrizio e Tommaso conservano nel loro immaginario, con il quale hanno un rapporto paradossale. In tutto questo, ci ho visto un’atmosfera progressista e canzonatoria. Pensi di esser riuscita a cogliere delle costanti di una piccola parte della tua generazione?

Il progressismo è un’idea sociale e politica, Piani di fuga si situa più al livello dell’umano. Ovviamente sullo sfondo c’è la costante sociale dell’odierno precariato, ma altre tematiche sono presenti esattamente come lo erano nei romanzi di secoli fa. Penso al tema della libertà e a come fosse già stato trattato, sicuramente meglio, già da Dostoevskij. Siamo sì figli del nostro tempo, ma ancora prima di una stessa umanità.

2) Quali esperienze personali e quali modelli letterari e non hanno ispirato il tuo romanzo? Colpiscono i toni umoristi che utilizzi per evidenziare le debolezze della ragazza che i due amici incontrano durante un concerto, senza tuttavia renderla oggetto di scherno o di volgarità. Ci spieghi i retroscena di questo episodio?

In effetti ho notato che un tema che ricorre in quello che scrivo è il sentimento della codardia, una vigliaccheria seguita da sensi di colpa. Penso che identifichi bene la condizione attuale dell’uomo medio occidentale. Per quanto riguarda il resto, è l’unione di sentimenti che ho provato direttamente, immaginato, interiorizzato da altri. Il personaggio di Gloria è il più umano del romanzo: non avevo alcuna intenzione di schermirla, anzi. Avevo bisogno del suo personaggio per mettere in luce la codardia dei ragazzi, l’episodio del fiore sull’auto è fra i miei preferiti perché è, sì, commovente, ma non è altro che l’ennesima conferma della vigliaccheria di entrambi.

3) Nell’episodio dell’incontro con la ragazza, emergono le idiosincrasie e i comportamenti maschili un po’ molesti, ma sinceri. Non critichi la frivolezza della ragazza in modo diretto. Allo stesso modo, i due ragazzi non rifiutano i modelli educativi che vengono loro proposti, ma all’inizio del viaggio, si liberano dal peso di un gruzzolo di titoli, fra i quali compare Chomsky, te lo domando perché il linguaggio plasma il pensiero e saper riconoscere quanto sia uno strumento di comunicazione massmediatica che influenza le relazioni, credo sia importante.

Gloria è descritta in maniera ironica nel senso pirandelliano del termine: esattamente come la donna ingioiellata che lui portò come esempio. Scrivendo, provavo pietà per lei, pena. Ma non simpatia né empatia. Idem per i ragazzi: scrivendo, li guardavo agire anche se non ero d’accordo con il loro atteggiamento opportunista. Semplicemente, mi sembrava verosimile. Meno verosimile il passaggio del funerale dei libri: forse è l’unico a prendere le distanze dal realismo più stretto che mantengo durante tutto il romanzo. Ma in fondo Patrizio e Tommaso sono due goliardici ed incapaci eroi in una favola di oggi, poco importa se qualche passaggio è meno verosimile, anzi. Chomsky è citato in un lungo elenco di autori dei libri letti dai due ragazzi: non mi sono soffermata su di lui per un motivo, l’idea era mettere in luce la vastità del panorama letterario di cui si avvalevano. Da Chomsky alla Sveva Casati Modignani: lettori onnivori, senza pregiudizi, che si ritrovano a vivere la scissione fra vota reale e vita di carta. Penso sia una riflessione che tutti i lettori fanno almeno una volta nella vita.

4) Parlando dello stile, il tuo libro ha una genuina pluralità di strati linguistici. I protagonisti non sono ribelli tout-court, e non mettono in scena conflitti naturali della loro età, ma un modo di stare al mondo. Durante la lettura, mi è venuto in mente la lingua sperimentale di Boccaccio. È un’impressione solo soggettiva, o ci avevi già pensato?

Più che pensare a Boccaccio mi sono guardata intorno. Ho voluto emulare un linguaggio parlato senza però rinunciare a tante bellissime parole che la lingua italiana ci fornisce per descrivere la realtà. I dialoghi sono molto colloquiali, mentre il flusso di pensieri e la mia voce narrante spaziano includendo neologismi, registro elevato, metafore e via dicendo. Più che modelli narrativi direi che ho cercato di esplorare e risucchiare più possibile ogni possibilità linguistica, compresi i termini stranieri e dialettali. Qualche lettore lo ha preso per una mancata padronanza della lingua: mi dispiace, perché non hanno colto che invece è una scelta stilistica ben precisa. La pluralità è sempre un valore aggiunto.

5) Considerando l’arco di tempo che intercorre fra l’inizio del romanzo e la sua conclusione, si potrebbe quasi pensare che con Piani di fuga volessi stimolare una riflessione fra generazioni.

No, non credo sia leggibile in questo senso. Semmai posso raccontare un aneddoto: mia nonna, fra i primi a leggere Piani di fuga quando, sette anni fa, era soltanto un racconto lungo, mi disse che i protagonisti che descriveva sembravano essere due tardi adolescenti. Ora, sette anni dopo, posso affermare di averci visto lungo: la vita mi sta dando prova che trentenni come Pat e Tom sono uno standard. Questo, probabilmente, a mia nonna è parso strano.

6) Per concludere, nella sua ultima raccolta di saggi, il semiologo Umberto Eco consiglia di non eleggere un solo libro come proprio “libro preferito”. Giustamente come scrittrice avrai delle affinità elettive. Ci sono dei libri con i quali ami trascorrere più tempo? Ci consigli qualcosa per l’estate?

La mia lista dei libri preferiti la stabilisco non in base al valore in sé del libro ma di quello che è in grado di darmi mentre lo leggo. La strana congiunzione astrale che incastra lo stile, la trama, il mio umore, i miei pensieri. Ho amato alcuni libri e ne ho mal sopportati altri senza criteri prettamente tecnici. Quando leggo, mi piace farlo in anarchia, senza sottostare alla monarchia dell’intelletto. Forse per questo, ad esempio, un Borges è un autore per cui nutro infinita stima e rispetto ma che non potrò mai definire il mio preferito: chiede troppa presenza intellettuale, mentre leggo cerco il coinvolgimento. Un libro simpatico, leggero ma molto astuto ed attuale è il recente La banda della culla di Francesca Fornario. Nell’ultimo anno invece i libri che mi sono rimasti sono L’Istituto per la regolazione degli orologi del turco Tanpinar, un romanzo con tutti i crismi che ho scoperto con enorme piacere, Il marmo edito da Sur che è riuscito a lasciare che una manciata di oggetti inutili mi attaccassero alle pagine tenendo costante la mia curiosità, e poi Solo bagaglio a mano del giornalista Romagnoli, altro libro apparentemente semplice e leggero che però, per il momento in cui è entrato nella mia vita di lettrice, è diventato una piccola bibbia. Un libro che tutti dovrebbero leggere per la sua attualità è, invece, I miracoli di Abbas Khider. Perché dimostra che si può unire la più realistica testimonianza agli alti livelli evocativi della miglior letteratura. Per tornare al libro preferito, concordo con la buonanima di Eco: è un concetto che mi va stretto. Porre limiti alla vastità delle meraviglie letterarie che son state concepite mi dà le vertigini.

Grazie Leyla.

Anna Quatraro

Leyla Khalil, classe ’91. Italo-libanese, scrittrice e mediatrice linguistica, ha operato nel campo dell’accoglienza e assistenza migranti e scoperto per caso che è il lavoro che vuole fare da grande. Ha vinto il Premio Slow Food-Terra Madre del concorso Lingua Madre e da quel momento ha iniziato ad approfondire le tematiche di cibo, culture, integrazione. Ha pubblicato nel 2015 il suo primo romanzo, Piani di fuga (Ed. Ensemble) ordinabile in tutta Italia e online su Amazon e simili, ma già sta alle prese con nuovi taccuini e penne sparse per la camera. Di tanto in tanto, invece di scrivere, registra la sua voce. Bizzarro, ma se si pensa che il primo romanzo l’ha messo su unendo una sfilza di MMS è anche comprensibile.

Anna Quatraro, classe ’89, nata a Padova. Gestisce un sito di traduzioni, ConTesti. Ha scritto per Flanerì e Grafemi recensioni di romanzi non scritti da lei. È appassionata di letteratura francese.