Il suo compagno di cella, un ucraino rasato a zero, faceva esercizi ogni mattina in vista della liberazione, anche se lui aveva sentito dire che gli mancava una decina d’anni: l’importante, in queste cose, era non perdere la speranza, tenere duro, darsi degli obiettivi. Una sera, quando le luci erano già state spente, e da ogni cella si levavano i lamenti notturni – dolore e piacere in uguale misura – l’ucraino gli aveva raccontato che una volta uscito sarebbe tornato al suo paese e si sarebbe sposato. Attraverso un cugino controllava la ragazza che gli aveva promesso di aspettarlo: non era tipo da mollare la presa. Aveva venticinque anni, era levigato, ben tornito, glabro. Pensava positivo, programmazione neuro linguistica dalla mattina alla sera, ma lui sospettava che dentro fosse già crollato da un pezzo. Qualche volta lo sentiva piangere, nel lettino sopra il suo, un pianto umido, pieno di moccio e singhiozzi da dodicenne. La vita del carcere non era per tutti; soprattutto, non si confaceva ai giovani innamorati.

“Ma tu perché sei dentro?” gli chiedeva qualche volta quel ragazzo, con il suo terribile accento dell’est. Glielo chiedevano in tanti, perché non aveva l’aria di un criminale – non era abbastanza furbo – e lui rispondeva che non lo sapeva, e in qualche modo era vero. L’aveva fregato uno dei nomi falsi che aveva usato; uno scambio di persona, insomma. Quando se ne erano accorti anche gli investigatori, si erano convinti che c’erano comunque altri buoni motivi per tenerlo dentro. Il dentista morto in Brasile al quale si era sostituito di nascosto, ad esempio… com’era? Pic-nic, fulmine? C’era scritto così, sui giornali… Be’, non era vero: l’avevano trovato incaprettato in una camera d’albergo, un regolamento di conti tra bande di narcotrafficanti, e ora il giudice era convinto che lui, in qualche modo, sapesse qualcosa. Uno spacciatore… Non ci si poteva fidare più di nessuno, nemmeno del proprio dentista. Dopo un mese di interrogatori surreali ci fu una pausa. Si diceva che un funzionario pasticcione avesse perso le carte, o che qualcuno le avesse rubate. Il tribunale era un covo di ladri, gli aveva rivelato un secondino di cui era diventato amico: il male si annida là dove meno te lo aspetti, e mentre glielo diceva gli regalava delle riviste dei testimoni di Geova. Era stato un bravo cattolico, quel secondino, poi un giorno la sua ragazza era uscita di strada con la macchina per evitare di tirare sotto una bambina ed era stata lì lì per morire per settimane. Lui aveva perso ogni speranza, quand’ecco che un uomo molto per bene lo aveva avvicinato e gli aveva consigliato di pregare Geova. Disperato, il secondino gli aveva dato ascolto, e la sua ragazza si era salvata. Era per questo che si era convertito. Gli mostrò alcune foto della donna: da quello che si poteva vedere, non era rimasto un granché. “Era così anche prima?” gli chiese.

“Così come?”.

“Boh… così, così come è in questa foto. Ascolta, da quanto fai questo lavoro?”

“Vent’anni”.

“E ne hai?”

“Quaranta”.

“Coraggio”.

Una sera parlarono di cinema. Il secondino impazziva per Guerre stellari ma si incartò con la spiegazione della sequenza dei film – il primo era il quarto, il quinto era il secondo, il padre poi era un bambino, ma prima, cioè dopo. Lui invece gli raccontò la trama di un film che aveva visto da ragazzo. C’erano delle donne incinte che si facevano scopare da un cavallo di colore. Gli era piaciuto soprattutto il titolo: Figli di puttana. Era così geniale che ogni volta che ci pensava gli veniva da ridere.

Nel frattempo era arrivato Natale. Scrisse una lettera di auguri a suo padre moribondo, con la speranza che questo gesto lo potesse impietosire, ma pareva che nessuno avesse più un briciolo di cuore. Lui invece, non aveva smesso di averne uno: nell’attesa che l’equivoco si risolvesse (temeva che gli altri nomi che aveva scelto nascondessero passati ancora più tremendi) si era innamorato della moglie di Renzi. Aveva trovato delle foto su una delle riviste che giravano tra i carcerati, e da principio non l’aveva notata. Poi, un’intervista su “Donna moderna”, una foto con un primo piano pieno intenso, il colpo di fulmine. Lo faceva impazzire l’idea che avesse avuto tutti quei figli, che li avesse concepiti nell’unico modo in cui possono essere concepiti… La notte trovava sollievo immaginandola nuda, con le gambe aperte e il marito sopra, sopra di lei che era così a modo, una scout al limite della suora – sorella Agnese, madre Agnese, santa Agnese, un nome che si prestava a una irresistibile carriera – l’aria penitente, gli occhi chiusi sopra quel naso un po’ ingombrante, sotto la frangetta ricciolina, ad accogliere il seme di quel roditore con ambizioni napoleoniche… Sognava quelle tettine adolescenti che si intravedevano sotto i vestiti estivi, e la fortezza inespugnabile del suo buco del culo. A lei dedicava quasi tutti i suoi faticosi orgasmi; ne lasciava qualcuno furtivo e fedifrago per Eva Lovia, la regina del porno su Twitter che non vedeva da quando era stato arrestato. Qualche giorno prima che i carabinieri venissero a prenderlo, si era presa un cane, la Lovia… ricordava ancora le foto di quel bastardino dalle dimensioni equivoche con il quale lei dormiva. Insieme facevano la bella e la bestia, proprio come nel cartone: la fortuna era talmente cieca da non fare distinzione di razza. E lui avrebbe fatto cambio con quell’animale, libero di rotolarsi nel letto di Eva; avrebbe accettato anche quell’aspettativa di vita così avvilente che hanno i cani, pur di poter annusarle il cespuglietto peloso, con la scusa di farle le feste quando tornava a casa dal lavoro… Ogni tanto, mentre lui pensava alla moglie che condivideva con Renzi e all’amante che condivideva con il cane, l’ucraino si sporgeva per sbirciarlo ma quell’ometto non era tipo da scendere e infilarsi nel suo letto per due coccole tra compagni di sventura: lo guardava facendo finta di fare altro, aspettando che finisse, che lui raggiungesse l’orgasmo prima di iniziare a lavorare sul suo. Sarebbe stato un buon marito per la ragazza che lo aspettava in Ucraina. Premuroso. Forse un po’ rigido, ma attento alle buone maniere. Aveva saputo, sempre dal secondino convertito, che lo avevano messo dentro perché aveva ucciso un ragazzo con dieci colpi di cric per una questione di parcheggio. Non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno, quel tipo tutto pelle e nervi. Era figlio del nuovo secolo.

Paolo Zardi (Padova, 1970), ingegnere, sposato, due figli, ha esordito nel 2008 con un racconto nell’antologia Giovani cosmetici curata da Giulia Belloni. Ha pubblicato due raccolte di racconti, Antropometria (2010) e Il giorno che diventammo umani (2013), due romanzi, La felicità esiste (2012) e XXI secolo (2015), finalista al Premio Strega, e due romanzi brevi, Il signor Bovary (2014) e Il principe piccolo (2015). Ha curato l’antologia L’amore ai tempi dell’apocalisse (Galaad 2015). Diversi suoi racconti sono inseriti in antologie collettive. Cura il blog Grafemi.