Livorno, estate del 1984

Gilda entra alla Baracchina Rossa col passo trascinato di chi non ce la fa più a camminare, a cercare e non trovare mai, a campare perfino. Ha appena dovuto fare una cosa a tre con un cinese dal nome impronunciabile, lei che è sempre stata diffidente con gli stranieri, e poi si sa che cinesi e giapponesi ce l’hanno piccolo e questo qua non faceva eccezione. Per non parlare dell’altra ragazza che era giamaicana e aveva un odore così aspro da farle passare ogni fantasia. Il cinese sembrava pieno di soldi, ha ospitato lei e Giamaica dentro una limousine, ma poi quando si è trattato di pagare, non proprio la tariffa minima ma poco di più. E lei che per accontentarlo si è data da fare come una matta con Giamaica, fingendo ovviamente perché le donne proprio non le piacciono. Tanto meno quelle di colore. «Uelà, Gilda, come stai stasera?» Sono le tre di notte. Gigio con tre amici si stanno facendo un pokerino, ma la partita s’interrompe quando nel bar entra Gilda. È un po’ la mascotte di portuali e vagabondi, in più il Gigio ha un debole per lei. Gilda si sente stanca e vecchia. Ha 30 anni e fa la vita da quando ne aveva 16. Vorrebbe andare in pensione ma le sue finanze non glielo permetteranno ancora a lungo. «Stasera non si batte chiodo, Gige’. Non coi livornesi almeno. Sembrano tutti impazziti. Ho appena dovuto fare una cosa con un cinese che… guarda nemmeno mi va di parlarne, c’avrei voglia di vomitare».

«Vieni dai, che ti offro da bere». I tre amici del poker si lagnano come un sol uomo: «Ma come ti viene in mente di interrompere la partita?». «Mi viene in mente perché Lorenzo bara di brutto e io mi sono rotto». Gilda ha un sussulto appena sente il nome di Lorenzo. Gigio, indifferente ai vaffanculo che lo raggiungono prende Gilda sottobraccio e la accompagna al bancone: «Che prendi, un fernet?». Gilda si fa condurre, annuisce passiva, solleva il lungo collo per guardare il suo viso nello specchio opaco dietro il banco: trucco sbavato, scollatura eccessiva, pelle tanto bianca da sembrare una morta, Gilda si sente un mostro. Neanche i complimenti di Gigio riescono a tirarla su di morale: «Quanto sei bella, sei un quadro, un ritratto fatto da Modigliani, hai sentito delle due teste che hanno tirato fuori dal canale reale?». «Certo, per tutta la sera c’è stato il pienone laggiù, gente che andava e veniva, te l’ho detto che parevano matti. E nessuno che mi degnasse di uno sguardo». Gilda trattiene a stento le lacrime. «Se Lorenzo non barava, stasera vincevo e ti portavo io a fare un giro, Gildina bella. Ma per colpa di quello stronzo più di un fernet non ti posso offrire». «Non ti preoccupare Gigio, lo so come vanno le cose qui al porto. Forse devo cambiare zona». Gilda sorseggia il suo fernet con aria assorta. Pensa ai suoi vent’anni, a quando gli uomini impazzivano per lei, la chiamavano Puttana Reale, e lei non s’offendeva, anzi! E adesso? Cosa le rimane ora che le più giovani e le straniere hanno preso il suo posto, se non battere al porto fra gli sfigati per due lire a botta? Che vita è questa? Le piacerebbe, magari, sistemarsi con un bravo ragazzo che se ne freghi del suo passato. Mesi prima si era fatta convinta che Lorenzo il baro la corteggiasse. Non saprebbe dire il perché nemmeno lei, ma lui la guardava con gli occhi spiritati e le sorrideva spesso. Lorenzo è bello e muscoloso, con gli occhi grandi e un po’ malinconici e lei… sì… potrebbe innamorarsi di uno così, anche se non ha ancora il posto fisso e fa lavoretti saltuari al porto. Ma chi se ne importa: due cuori e una capanna, no? Solo lei al mondo non può permettersi di sognare? E invece anche quel sogno è svanito nelle ultime settimane: Lorenzo non la guarda più come prima, è sempre agitato, sembra che aspetti qualcosa che sicuramente è più importante di lei. Tutto è più importante di Gilda la puttana.

Lorenzo si avvicina al bancone e Gigio lo aggredisce: «Te che vuoi ora? T’ho detto che non ci torno al tavolo a giocare». «Non cacare il cazzo, Gigio, devo parlare con Gilda. Senti qua, bella donna» la strattona per un braccio, Gilda lo fissa con espressione interrogativa e con un velo di speranza: «È arrivato un tipo stamattina al bar, con l’orologio d’oro, vestito come un damerino. Ha detto che si chiama Pucci, ha bevuto tre cappuccini di fila, dava parola a tutti: dice che è un mercante d’arte, però secondo me cerca figa». La speranza è svanita, Lorenzo di lei non ne vuole più sapere, la offre agli altri. Oppure vuole diventare il suo magnaccia e questo la intristisce ancora di più «Bravo Lorenzo, e dove lo trovo adesso?». «Ora non so, però mi ha detto che sta in una villa in collina. Se domattina torna, vuoi che te lo mando sul canale la notte?». «Magari, Lore’. Mi salveresti il culo». «Sempre pronto, quando si tratta del tuo di culo». Gigio lo guarda con odio. Gilda con rimpianto. Ringrazia tutti ed esce dal bar, è ora di tornare in quel buco che per lei è casa. Sono 700 metri, ma coi tacchi è una fatica immane. Coi tacchi e col peso sulle spalle, come un grosso zaino, di una vita spesa male. Il bilancio non è positivo, avrebbe voluto almeno un figlio, un cucciolo da amare, un bastone per la sua vecchiaia, ma nulla. Anche quando stava con Gianni, che la proteggeva ben bene, non la picchiava e diceva d’amarla e pareva vero, anche allora è rimasta incinta una sola volta, e quello là gli dice che deve abortire e che lui di nani che cagano non ne vuole sapere. Quanto amore, quanta sensibilità! Ha abortito, Gilda, certo che l’ha fatto, prima la carriera, no? E poi in fondo in fondo ci sperava che Gianni l’amasse sul serio. Ci sono state delle complicazioni, però, e le hanno dovuto asportare le tube, a 25 anni. Sterile per sempre. A operazione fatta, Gianni è sparito. Dicono in giro che sia andato a Firenze a gestire le albanesi. Tossico impestato di merda. Gilda tira un sospiro di sollievo quando arriva a casa, si toglie i tacchi, si butta sul letto e comincia a sognare a occhi aperti. Sogna tutta una storia dove c’è questo Pucci con l’orologio d’oro, mercante d’arte, che di aspetto fisico assomiglia a Lorenzo solo un po’ più maturo. Lui la guarda e le dice, come il Gigio, che pare una modella di Modigliani. Fanno l’amore in un hotel o in una villa di lusso, fra lenzuola di seta nera, lo fanno e lo rifanno per tante sere di seguito e così lui scopre che si sta innamorando e una sera, invece di portarla a scopare, la porta a cena e le dice che non può più pensare la sua vita senza di lei. E forse la chiede in moglie, ma basterebbe anche che le chiedesse di essere la sua compagna. E poi comincerebbero a viaggiare assieme in cerca di opere d’arte da vendere e comprare. Gilda si metterebbe a studiare, che a lei l’arte contemporanea le è sempre piaciuta, ci capisce il giusto ma le piace, la emoziona ecco. E il Pucci che è uomo sensibile, la guarderebbe con occhi innamorati a Berlino, a Parigi, a Roma, ogni tanto ancora a Livorno, Ah, e anche in America, a Miami ché lì fa caldo, si sta bene, le ossa si scaldano e si ringiovanisce. Gilda si addormenta, ed è di nuovo giovanissima e bella ancora, senza segni del tempo, il viso dai contorni ben definiti, gli zigomi alti, il collo lungo senza collane di Venere a segnarlo, in spiaggia con accanto l’uomo dei suoi sogni.

E così, la sera dopo, dalle dieci, eccola sul Canale reale. Si è messa il suo vestito più sexy, quello con le spalle nude, corto al pelo, nero con gli strass d’argento. Gli occhi le scintillano di sogni, guarda il cielo, le stelle estive, e manda a loro il suo desiderio. E aspetta, aspetta, aspetta. Quando è stanca si siede sul parapetto del canale, guarda l’acqua, è così putrida, stagnante e invitante. Ogni ora che passa, il cielo l’abbandona e l’acqua la chiama. Pensa che forse il Pucci ha detto a Lorenzo che lui la figa la vuole giovanissima, perché è ricco e può permetterselo, oppure di alto bordo. O forse non c’è tornato proprio al bar quella mattina. Poi pensa a Modì: poteva essere così pazzo, il livornese più famoso di tutti, da buttare una sua opera nell’acqua. Il prete a messa dice: polvere siamo e polvere ritorneremo, se lo ricorda perché da bambina faceva la chierichetta, poi il prete le ha messo le mani addosso e da lì è cominciato tutto il casino della sua vita. Invece, pensa Gilda, noi siamo acqua, perché quando studiava alle medie il prof aveva detto che siamo fatti d’acqua al 70%. Non sempre i preti hanno ragione o fanno le cose giuste.

Che ore saranno? Gilda non ne ha idea, ma dev’essere notte fonda perché sul canale non c’è più nessuno, nemmeno le coppiette a spasso, nemmeno i vecchi ubriaconi. E non c’è il Pucci, non c’è mai stato, forse solo nella fantasia di Lorenzo il baro. L’acqua chiama con voce dolce: «Vieni Gilda, povera stella, sei stanca morta, vieni a riposarti dentro di me». Come nella pancia di sua mamma, anche lei puttana, pensa Gilda, ma poveraccia almeno le ha passato un mestiere. Non c’è da biasimare. Gilda si siede con le gambe a penzoloni che puntano dritte verso l’acqua. Ci tuffa dentro le scarpe coi tacchi a spillo: Ah che liberazione. Poi si sporge, fa paura quell’acqua che puzza? No, è la puzza che ha accompagnato tutta la sua vita, merda, zolfo, alito pesante. È familiare e dolce. Gilda si tuffa dentro e quasi non fa rumore. Lo zaino di pena che porta sulle spalle la aiuta a non riemergere anche quando i polmoni bruciano e sembra che stiano per scoppiare. Un ultimo sguardo: è bello qui sotto, si vedono i colori, marrone, azzurro, verde e argento. Bisognerebbe farci un quadro. Ma non c’è il tempo. Gilda può abbandonarsi alla trasformazione in materia pesante, inerte, priva di soffio vitale. Diventa pietra, pietra serena, per la prima volta in vita sua e ormai per sempre.

Al mattino dopo la Nazione titola: “Trovata un’altra testa attribuibile a Modì nel Canale Reale”. Il sottotitolo è una frase di Giulio Carlo Argan: “La più raffinata, è evidente che Modigliani ci ha messo tutto il suo impegno e tutta la sua arte nel tirare fuori questi lineamenti di indiscutibile bellezza dalla pietra serena”.

Simona Castiglione